La strada di Emmaus

Domenica 19 aprile 2026. La Pasqua bisogna farla fruttificare ogni giorno, nella Chiesa stessa e nei rapporti tra le nazioni

di Michele Brambilla

Nell’omelia che Papa Leone XIV pronuncia il 19 aprile, nel corso del viaggio apostolico in Africa, nel momento in cui celebra Messa in Angola, si considera l’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus un paradigma che ha molto da dire anche ai cattolici del XXI secolo. Infatti vi vediamo «due discepoli del Signore, con il cuore ferito e triste», che partono da Gerusalemme perché «hanno visto morire quel Gesù in cui avevano confidato e che avevano seguito». Il dolore e la delusione sono tali che non riescono a credere alla Risurrezione, però «hanno bisogno di parlarne, di raccontarsi ancora ciò che hanno visto, di condividere quanto hanno vissuto».

«In questa scena iniziale del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell’Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità. Infatti, il conversare lungo la via dei due discepoli, che ripensano con sconforto a quanto åè accaduto al loro Maestro, riporta alla memoria il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà», che però può sempre riscattarsi. Da che Cristo è risorto, tutto è chiamato a risorgere a sua volta, non solo alla fine dei tempi. Tutti coloro che appartengono a Cristo possono vivere, infatti, piccole o grandi resurrezioni già nel tempo cronologico, quando nelle difficoltà si sperimenta che davvero «Egli è vivo, è risorto e cammina al nostro fianco mentre percorriamo la strada della sofferenza e dell’amarezza, aprendo i nostri occhi perché possiamo riconoscere la sua opera e donandoci la grazia di ripartire e di ricostruire il futuro». 

Gesù si affianca ai discepoli nel cammino e rispiega loro i passi delle Scritture che lo riguardano, divenendo in un certo senso missionario di Se stesso. «Ecco tracciata anche per noi, per voi, cari fratelli e sorelle angolani, la strada per ricominciare: da una parte la certezza che il Signore ci accompagna e ha compassione di noi, dall’altra l’impegno che Egli ci chiede», ovvero estendere il Regno di Dio nei nostri ambienti quotidiani, tra le persone che ci sono sempre accanto. «Infatti, se i due di Emmaus riconoscono Gesù quando spezza il pane per loro, ciò significa che anche noi dobbiamo riconoscerlo così: non soltanto nell’Eucaristia, ma ovunque c’è una vita che diventa pane spezzato, ovunque qualcuno si fa dono di compassione come Lui», glossa il Pontefice, per il quale la centralità del SS. Sacramento è un dato imprescindibile della vita cristiana. Il Santo Padre ribadisce anche la necessità di rimanere fedeli alla dottrina della Chiesa e alla legittima gerarchia.  

«La storia del vostro Paese, le conseguenze ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli. Una Chiesa che, con la luce della Parola e il nutrimento dell’Eucaristia, sa rianimare la speranza perduta. Una Chiesa fatta di persone come voi che si donano così come Gesù spezza il pane per i due discepoli di Emmaus. L’Angola», ma non solo l’Angola, «ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno».

Si giunge, così, al Regina Coeli, in cui il Papa si sofferma sui fronti più caldi dal punto di vista bellico. Il Regina Coeli è l’antifona per eccellenza della Risurrezione e «con questo canto gioioso non vogliamo cancellare né soffocare il grido di chi soffre, ma piuttosto abbracciarlo e unirlo alla nostra voce, in un’armonia nuova, perché anche nel dolore resti viva la luce della fede, e con essa la speranza in un mondo migliore». 

In particolare «mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili». Leone XIV non dimentica neppure il Libano, rallegrandosi per la tregua raggiunta con Israele: essa «rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante. Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente».

Non sembri peregrino il fatto che subito dopo il Papa ripeta che «Cristo ha vinto la morte», perché «è con questa certezza che tutti noi, uniti a Lui e in Lui come un solo corpo, oggi e ogni giorno ci impegniamo a far crescere attorno a noi i frutti della Pasqua, che sono amore, giustizia vera e pace, al di là di ogni ostacolo e difficoltà».

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