Domenica 15 marzo 2026. Dopo Adamo ed Eva, tutti nasciamo peccatori. Proprio per questo è venuta a noi la vera Luce del mondo, cioè Gesù, l’unico che può aprire gli occhi della nostra cecità spirituale
di Michele Brambilla
Il 15 marzo, affacciandosi per l’Angelus, Papa Leone XIV pone l’accento sul fatto che «il Vangelo di questa quarta domenica di Quaresima ci racconta la guarigione di un uomo cieco dalla nascita (cfr Gv 9,1-41)».
L’episodio giovanneo, come quello della Samaritana, ha una fortissima valenza battesimale. «Attraverso la simbologia di questo episodio, l’evangelista Giovanni ci parla del mistero della salvezza: mentre eravamo nell’oscurità, mentre l’umanità camminava nelle tenebre (cfr Is 9,1), Dio ha inviato il suo Figlio come luce del mondo, per aprire gli occhi dei ciechi e illuminare la nostra vita», rammenta infatti il Pontefice.
La guarigione dei ciechi era indicata fin dall’Antico Testamento come uno dei grandi segni dei tempi messianici, come ricordò lo stesso Gesù a san Giovanni Battista, che nel dolore della carcerazione aveva cominciato a nutrire qualche dubbio e aveva mandato alcuni discepoli ad interrogare il Cugino per essere sicuro che fosse davvero Lui il Messia annunciato (Mt 11,4).
La debolezza della nostra fede va di pari passo con l’ereditarietà del peccato originale. «In effetti, possiamo dire che noi tutti siamo “ciechi dalla nascita”, perché da soli non riusciamo a vedere in profondità il mistero della vita. Perciò Dio si è fatto carne in Gesù, perché il fango della nostra umanità, impastato con il respiro della sua grazia, potesse ricevere una nuova luce, capace di farci vedere finalmente noi stessi, gli altri e Dio nella verità», commenta quindi il Santo Padre.
La malattia della cecità richiama direttamente alcune obiezioni che sono sempre state date all’avere fede. «Colpisce il fatto che lungo i secoli si sia diffusa l’opinione, presente ancora oggi, secondo cui la fede sarebbe una specie di “salto nel buio”, una rinuncia a pensare, cosicché avere fede significherebbe credere “ciecamente”. Il Vangelo ci dice invece che a contatto con Cristo gli occhi si aprono, al punto che le autorità religiose chiedono con insistenza al cieco guarito: “In che modo ti sono stati aperti gli occhi?” (Gv 9,10); e ancora: “Come ti ha aperto gli occhi?” (Gv 10,26)»: allora come oggi, il Cristianesimo sfugge alle etichette di comodo che vogliono appiccicargli addosso. Chi crede non mette da parte la ragione, casomai la dilata, prendendo in esame ipotesi che il materialista e il razionalista escludono a priori. Gesù non vuole cattolici che non sono in grado di esprimere un pensiero compiuto, anzi, «ci chiede di “aprire gli occhi”, come faceva Lui, soprattutto sulle sofferenze degli altri e sulle ferite del mondo». Mai come oggi «c’è bisogno di una fede sveglia, attenta e profetica, che apra gli occhi sulle oscurità del mondo e vi porti la luce del Vangelo attraverso un impegno di pace, di giustizia e di solidarietà».
Il Papa stesso ne dà un esempio continuando a denunciare le guerre che sconvolgono il globo. «Da due settimane i popoli del Medio Oriente soffrono l’atroce violenza della guerra. Migliaia di persone innocenti sono state uccise e moltissime altre costrette ad abbandonare le proprie case», ricorda infatti il Pontefice con giusto cordoglio. In particolare, «è motivo di grande preoccupazione la situazione in Libano. Auspico cammini di dialogo che possano sostenere le Autorità del Paese nell’implementare soluzioni durature alla grave crisi in corso, per il bene comune di tutti i libanesi». E’ a nome loro e di tutti i cristiani del Medio Oriente che «mi rivolgo ai responsabili di questo conflitto: cessate il fuoco! Si riaprano percorsi di dialogo! La violenza non potrà mai portare alla giustizia, alla stabilità e alla pace che i popoli attendono».