Venerdì, 1 maggio 2026

In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: “Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?”. Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua”. E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi. (Mt 13,54-58)


La festa di San Giuseppe lavoratore fu istituita da Pio XII nel 1955. Intendeva così offrire ai lavoratori un modello esemplare al quale ispirarsi. Nella pagina dell’odierno Vangelo, infatti, Gesù viene definito dai Nazareni come “il figlio del falegname”, ossia di un artigiano di grande importanza nella società del suo tempo che progettava e fabbricava oggetti di legno, adoperati in moltissimi ambiti della vita quotidiana, anche pregiati. Inoltre, l’espressione “figlio del falegname”, secondo il linguaggio biblico, significa anche “appartenente alla corporazione dei falegnami”: Gesù stesso, dunque, prima di dare avvio alla sua missione pubblica, nei lunghi anni della vita privata nazaretana ha esercitato questa professione. Il senso del lavoro è oggetto di insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa. San Giovanni Paolo II vi ha dedicato un’Enciclica nel 1981: Laborem exercens, ricordando che esso ha un grande valore agli occhi di Dio: rende l’uomo collaboratore della creazione. Le penosità del lavoro, d’altra parte, non può essere ignorata, illudendosi che esso possa essere sempre e solo fonte di diletto. Le pagine iniziali della Genesi e l’esperienza insegnano che “il sudore della fronte” fa parte di questa esperienza antropologica fondamentale. Tutto, però, può essere riscattato in Cristo che redime anche la fatica, fisica e psicologica, del lavoro umano. In uno dei suoi fortunati e gradevoli libri la scrittrice italiana Costanza Miriano dichiara: «non invidiare il lavoro degli altri». Il credente accetta il proprio lavoro come una missione e lo svolge con serietà e responsabilità, interpretandolo, con sguardo soprannaturale, come parte della sua vocazione. Tuttavia, non se ne lascia assorbire totalmente perché il fine del lavoro è il riposo, secondo la sapienza biblica. La memoria liturgica odierna è così illuminata dalle parole di San Giovanni Paolo II nella sua lettera Redemptoris Custos: «Si tratta, in definitiva, della santificazione della vita quotidiana, che ciascuno deve acquisire secondo il proprio stato e che può esser promossa secondo un modello accessibile a tutti. San Giuseppe è il modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini. San Giuseppe è la prova che per essere buoni ed autentici seguaci di Cristo non occorrono “grandi cose”, ma si richiedono solo virtù comuni, umane, semplici, ma vere ed autentiche».

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