Mercoledì 22 aprile 2026. Cosa possiamo imparare anche noi europei dall’impetuosa cristianità africana
di Michele Brambilla
Mercoledì 22 aprile Papa Leone XIV, in Guinea Equatoriale, parla dalla cattedra di un magnifico santuario, dall’aspetto e dal materiale europeo (il marmo viene dall’Italia, mentre il retablo riecheggia le chiese ispaniche), che ispira al Pontefice un’omelia che parte dal fatto che «siamo riuniti per ascoltare la Parola del Signore e celebrare il Memoriale che Egli ci ha lasciato come culmine e fonte della vita e della missione della Chiesa».
Il Papa non ringrazia solo per la splendida accoglienza ricevuta in Africa, ma soprattutto «per i 170 anni di evangelizzazione in queste terre della Guinea Equatoriale. Si tratta di un’occasione propizia per fare memoria di tutto il bene che il Signore ha operato» per mezzo di un numero incalcolabile di missionari, spesso provenienti da un’Europa che, ora, può trarre insegnamento dall’esempio di coloro che «hanno accolto le attese, le domande e le ferite del vostro popolo, illuminandole con la Parola del Signore e diventando segno dell’amore di Dio in mezzo a voi; con la loro testimonianza di vita, hanno collaborato all’avvento del Regno di Dio, senza temere di soffrire per la loro fedeltà a Cristo».
Quei missionari provenivano in gran parte proprio dall’Europa, che ora beneficia del grande numero di vocazioni sorte nelle terre che ha evangelizzato tra Ottocento e Novecento. Per il Santo Padre il continente africano ha davvero fatto proprie le parole consegnate da san Paolo VI nel suo viaggio apostolico del 1969, quando il Pontefice dell’Evangelii nuntiandi disse: «Africani, voi siete, d’ora in poi, i vostri stessi missionari. La Chiesa di Cristo è davvero piantata in questa terra benedetta» (Omelia a conclusione del Simposio dei Vescovi in Africa, Kampala, Uganda, 31 luglio 1969). Le liturgie viste in questi giorni, partecipatissime, allegre, davvero corali, ne sono la migliore attestazione.
Leone XIV ricorda che «questo impegno richiede perseveranza, costa fatica, talvolta sacrificio, ma è il segno che siamo davvero la Chiesa di Cristo. La prima Lettura che abbiamo ascoltato, infatti, ci narra in pochi versetti come una Chiesa che annuncia con gioia e senza timore il Vangelo sia anche una Chiesa che, proprio per questo, può essere perseguitata (cfr At 8,1-8). D’altra parte, però, il Libro degli Atti degli Apostoli ci dice che, mentre i cristiani sono costretti a scappare e si disperdono, moltissimi si avvicinano alla Parola del Signore» grazie alla loro testimonianza. «Così, fratelli e sorelle, anche se non sempre le situazioni personali, familiari e sociali che viviamo sono favorevoli, possiamo confidare nell’opera del Signore, che fa germogliare il seme buono del suo Regno per vie a noi sconosciute, anche quando sembra che tutto attorno a noi sia arido, e perfino nei momenti di oscurità. Con questa fiducia, radicata più nella forza del suo amore che nei nostri meriti, siamo chiamati a restare fedeli al Vangelo, ad annunciarlo, a viverlo in pienezza e a testimoniarlo con gioia» davanti ai nostri contemporanei.
Oggi, infatti, l’umanità ha fame di speranza, una speranza che solo Colui che è la Salvezza può colmare. «È necessario, perciò, che tutti i battezzati si sentano coinvolti nell’opera di evangelizzazione, diventino apostoli di carità e testimoni di una nuova umanità», non solo in Africa, ma dovunque c’è bisogno della presenza risanante di Cristo. La frase «c’è bisogno di cristiani che prendano in mano il destino della Guinea Equatoriale» è rivolta indirettamente ai cattolici di qualsiasi altra latitudine. Dovunque c’è bisogno di cattolici che si prendano a cuore il destino delle loro nazioni, perché il Vangelo è di per se stesso il principio di una civiltà nuova, nuova perché “altra” rispetto alle logiche, molto monotone, del peccato.