In quel tempo, andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. Udito questo, disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,9-13).
Poco prima dell’avvenimento riferito dal Vangelo della S. Messa odierna, l’evangelista Matteo ci dice che Gesù si trovava a Cafarnao presso il mare, il lago di Tiberiade. Ora ci informa che andando via di là vede proprio lui, Matteo-Levi, che risulta in tutti gli elenchi evangelici dei Dodici scelti da Gesù (cfr, Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 16,15; At 1,13. Per Levi cfr. Mc 2,13-17; Lc 5,27-30) e che viene presentato con una qualifica ben precisa “il pubblicano” (Mt 10,3) facilmente identificabile come l’uomo seduto al banco delle imposte (v. 9). Gesù gli dice “Seguimi” ed egli, all’istante, si alza, lo segue e lo invita a pranzo a casa sua ove molti pubblicani e peccatori convengono e prendono parte alla festa conviviale per il nuovo discepolo. Da questi riferimenti non possiamo ricavare una biografia di Matteo, ma deduciamo qualche tratto interessante della sua fisionomia spirituale. Come avvenuto per altri discepoli (per esempio, Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni: pescatori), anche Levi è chiamato da Gesù a seguirlo mentre è intento al suo lavoro di gabelliere per la riscossione delle tasse all’Impero romano. La provenienza da lavori più semplici e talora impopolari non impedisce a Gesù di affidare a chi li esercita (pescatori, esattori) la responsabilità della risposta entusiasta a suo servizio.
Perciò noi cristiani di oggi, non ci lasciamo condizionare dagli ambiti in cui viviamo, ma riscopriamo quotidianamente la bellezza della nostra personale vocazione battesimale nel contesto della consapevole appartenenza al laicato cattolico nella propria comunità cristiana, nella Famiglia naturale e cristiana, ed eventualmente nell’Associazione di cui si fa parte. Al Signore che chiama tutti ad essere suoi discepoli nella bella e urgente fatica della Nuova Evangelizzazione, dentro e fuori la Chiesa, non opponiamo nessuna resistenza, ma, come Matteo, ci alziamo e lo seguiamo con una rinnovata e pronta decisione. Non c’è tempo da perdere. Chi ha tempo, non aspetti tempo, perché passa il tempo e non avrà più tempo!
Non si tratta di frenesia tipica di chi si lascia surriscaldare da uragani ideologici che lasciano solo vuoto, solitudine e distruzione. Piuttosto è l’umile fierezza e contentezza di trovare nella coerente e amorevole sequela di Gesù Cristo la cura efficace della malattia prodotta dal veleno rivoluzionario che non cessa di intossicare e paralizzare le menti e i costumi di tanti nostri contemporanei più o meno colpevolmente ignari del lavaggio di cervello quotidianamente subito. Abbiamo fiducia che con il nostro umile e amorevole servizio possiamo ridare significato anche alla vita delle nuove generazioni che ne hanno e sentono tanto bisogno.
Matteo, il pubblicano convertito e discepolo di Gesù, rende pubblica la sua gioia di uomo ricreato dalla grazia della vocazione cristiana ricevuta e attira immediatamente in numero consistente i suoi amici d’un tempo che partecipano alla festa del convito della sua conversione. Come per loro, anche per i nostri amici d’un tempo ci potrà essere festa. Basta aprirsi sinceramente, anche fino alla commozione, a Gesù misericordioso, che, come nella circostanza del pranzo in casa di Matteo, invita tutti a fare esperienza viva della sua misericordia, poiché anche i malati di oggi hanno bisogno soprattutto del medico divino che desidera effondere la speciale cura della sua misericordia chiamando continuamente non i giusti, ma i peccatori.