Dio non ragiona come gli uomini

Domenica 20 settembre 2026. Questo è un segno di grande speranza, dice il Papa, perché vuol dire che possiamo sempre essere accolti e perdonati

di Michele Brambilla

«Nella liturgia di oggi, il Signore, per bocca del profeta Isaia, ci dona un grande motivo di speranza, dicendoci che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri e le sue vie non sono le nostre vie (cfr Is 55,8)», sottolinea Papa Leone XIV nell’Angelus del 20 settembre. Infatti, «i disegni di Dio sono infinitamente più grandi e, diciamo pure, più “umani” rispetto a quelli che noi uomini e donne, segnati dal peccato, possiamo concepire e realizzare. Perciò, ecco l’appello quanto mai attuale del profeta: abbandonare le nostre vie distorte e ritornare al Signore, che è misericordia e perdono», ripete il Papa. 

«Nel Vangelo, le parabole di Gesù descrivono la novità di ciò che Dio ha in serbo per noi, ma in genere manifestano anche la resistenza che siamo pronti a opporre a una giustizia più generosa e a un amore più grande. Oggi, in particolare, ascoltiamo il racconto degli operai chiamati a lavorare nella vigna (cfr Mt 20,1-16), chi per una giornata intera, chi soltanto per qualche ora, chi già quasi al tramonto. Ma il centro della parabola è nel momento della retribuzione, quando il padrone mantiene la parola con i lavoratori della prima ora e li paga come d’accordo», proseguendo con la medesima remunerazione fino a coloro che si sono aggiunti all’ultimo. Non solo: in questa pagina di Vangelo si specifica che i vignaioli vengono pagati «incominciando dagli ultimi fino ai primi» (Mt 20,8), cioè a partire proprio da coloro che avevano lavorato di meno: l’obbiettivo del Signore, infatti, non è sovvertire i normali calcoli della giustizia retributiva, ma dirci che tutti coloro che Lo hanno seguito con fedeltà riceveranno come premio la salvezza eterna, anche quando la conversione è stata tardiva. 

La parabola serve anche a ridefinire il concetto di “merito”, dato che «Dio ha vie diverse e pensieri nuovi anche per coloro che si ritengono i primi e ritengono di essersi guadagnati ciò che sono, di aver meritato i risultati che hanno raggiunto. Tutti, invece, guadagniamo gioia, intelligenza e futuro quando la legge dell’amore interrompe quella del calcolo, l’esperienza della misericordia allarga quella del merito, il dono della pace sospende le rivalità e avvicina nella gratitudine». Per entrare il Paradiso bisogna sicuramente fare il bene, ma non ce ne possiamo pelagianamente vantare, come se fosse un nostro successo personale. Posso infatti adempiere tutti i Comandamenti, ma se lo faccio senza amore, come i farisei, non incontro la misericordia del Signore, per il quale l’amore verso Dio e verso il prossimo rappresentano la sintesi di tutto l’insegnamento veterotestamentario. 

Certamente «è una grazia essere collaboratori di Dio, lavorare nella sua vigna, servire il suo Regno di giustizia e di pace», ma proprio per questo nella Chiesa «non c’è spazio per l’invidia e la divisione». Preghiamo, quindi, il Signore perché ci aiuti a mantenere puro il nostro apostolato, ricordandoci che per Lui nulla è impossibile: ce lo testimonia il fatto che Maria «è creatura come noi, ma è senza macchia» di peccato originale, grazie ad un privilegio che le è stato concesso prima della nascita. Con l’ausilio della Grazia divina anche noi, che purtroppo abbiamo perso la nostra natura immacolata nell’Eden, possiamo fare cose grandi. Molto spesso, per richiamarlo alla mente, abbiamo bisogno di segni sensibili: è per questo che i «fedeli della diocesi di Toruń, in Polonia» sono in Italia per visitare «i luoghi dei miracoli eucaristici». 

L’accenno «alla popolazione di Pescantina, presso Verona, che oggi si stringe intorno al Monumento agli Ex Internati, per ricordare quanti sono stati deportati e prigionieri durante la II Guerra Mondiale», è collegato alla situazione internazionale odierna e si trasforma in un invito a «imparare dalla storia per non ricadere negli errori del passato».

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