Domenica, 20 settembre 2026

Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”. (Mt 20,1-16)


Concentriamoci sulla conclusione della parabola: “tu sei invidioso?”. L’invidia! Uno dei setti vizi capitali. Ogni tanto è bene pensarci per prendere le distanze da questa brutta attitudine che rovina la vita nostra e degli altri. La definiamo così: è un sentimento che induce l’uomo a godere dei mali altrui e a rattristarsi per il loro bene. Dante, nei gironi del Purgatorio, presenta gli invidiosi che giacciono su un pietrame grigiastro, sostenendosi l’un l’altro, coperti di un misero cilicio e con gli occhi macabramente cuciti con filo di ferro per espiare, secondo la legge del contrappasso, gli sguardi cupidi e brucianti di odio nei confronti del prossimo. Cervantes nel don Chisciotte dice che l’invidia è un verme roditore dell’anima e del corpo e può provocare perfino uno stato di profonda prostrazione, facendo precipitare la vittima in uno status di tristezza e angoscia. L’invidia fa parte dell’indole dell’animo umano. La stessa Bibbia, in modo realistico, ci racconta una lunga storia di rivalità, da Caino e Abele a Giuseppe venduto dai fratelli, dal re Saul nei confronti di Davide ai capi dei giudei che mettono a morte Gesù. È un vizio presente anche nella primitiva comunità cristiana, tanto da far scrivere all’apostolo Giacomo: “Bramate e non riuscite a possedere, invidiate e non riuscite a ottenere e così combattete e guerreggiate”. Le cause che generano l’invidia sono varie, dal senso di inferiorità all’orgoglio ferito, dalla mancanza di affetto ai desideri frustrati, dai progetti affettivi irrealizzati a quelli lavorativi non portati a termine. Alla radice, però, c’è uno scarso senso dell’amore di Dio. Se guardiamo questo vizio dalla parte dell’invidiato, possiamo dire che egli può anche rallegrarsi per essere oggetto di invidia, perché vuol dire che gli sono riconosciute molte qualità e competenze. Swift, ne I viaggi di Gulliver sostiene che quando al mondo appare un genio, lo si può riconoscere dal segno inequivocabile della coalizione che si forma contro di lui per invidia. Come guarire da questa malattia spirituale? Ecco tre consigli pratici: 1) Aumentare il senso di autostima; 2) avere una buona dose di umorismo e autocritica; 3) prendersi cura degli altri.

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