Domenica 19 luglio 2026. Sono tre parabole corte dal punto di vista narrativo, ma efficaci nello spiegare perché, nell’evangelizzazione, la parte più umanamente difficile è saper aspettare con fiducia
di Michele Brambilla
L’Angelus del 19 luglio, recitato nuovamente a Castel Gandolfo, si ricollega a quello della domenica precedente. «Gesù continua» infatti «a parlare alle folle attraverso alcune immagini», dice Papa Leone XIV, soffermandosi in particolare sul brano di Mt 13,24-43, in cui possiamo ritrovare «il grano buono e la zizzania, il granello di senape, il lievito nella farina».
«Si tratta di tre piccole parabole che intendono richiamare l’arrivo del Regno di Dio nella storia, il suo agire nella vita degli uomini, il modo in cui cresce, si espande e trasforma il mondo dal di dentro», come evidenzia il Pontefice. «Con questi racconti, Gesù ci mette in guardia dalla tentazione di pensare a Dio come a una figura potente, che si impone con la forza, che occupa lo spazio per dominare, che arriva in modo trionfante. Al contrario, Dio predilige la piccolezza, segno del suo amore discreto, che ci lascia liberi di accoglierlo o di rifiutarlo, che cerca di farsi strada anche in mezzo alla zizzania» e, nonostante il male faccia la voce grossa, «agisce in modo nascosto e invisibile come il seme più piccolo di tutti e lievita dentro la pasta senza fare rumore».
Il Papa riconosce che «a volte noi ci attendiamo qualcosa di clamoroso, desideriamo un Dio che intervenga dall’alto strappando subito la zizzania del male. Immaginiamo un Dio forte e potente e, purtroppo, a questa immagine adeguiamo anche il nostro modo di essere cristiani e di essere Chiesa. Invece, il Regno di Dio si diffonde anche in mezzo alla zizzania e ci chiede uno sguardo capace di cogliere il bene che germoglia anche fra le oscurità del male, senza giudicare tutto e subito». Il giudizio definitivo sull’anima, infatti, spetta a Dio: nel frattempo, il Regno «viene come il più piccolo tra i semi e domanda dunque la pazienza di saper accompagnare i processi, riconoscendolo nella piccolezza del quotidiano e nella semplicità della vita ordinaria; cresce in modo invisibile come il lievito nella farina e, così, ci libera dallo scoraggiamento e ci invita ad avere fiducia anche quando ci sembra che Dio sia assente. Perché in realtà Egli ci accompagna sempre e il suo amore è sempre all’opera per noi», ripete il Santo Padre.
La tentazione di utilizzare mezzi fin troppo umani per far trionfare la Verità è presente, come detto, anche nella Chiesa. L’umiltà insegnata dalle parabole commentate dal Pontefice «deve diventare anche il modo in cui, sia come singoli sia come Chiesa, abitiamo la realtà che ci circonda. Siamo chiamati ad assumere uno stile evangelico, senza contrapporci frettolosamente con giudizi arroganti, senza imporci con il potere e con la forza, senza perdere la fiducia nell’opera di Dio». «Si tratta – diceva l’allora cardinale Ratzinger – di sottometterci alla logica del seme che non è quella del successo e della grandezza, ma ci chiede di farci piccoli e di servire la vita delle persone (cfr Discorso al Convegno dei catechisti e dei docenti di religione, 10 dicembre 2000)», lasciando che sia la Grazia, con i suoi tempi, a lavorare dentro di loro. La maggior parte degli errori nell’evangelizzazione si fanno, infatti, per troppa “fretta”, oppure perché si confida eccessivamente nelle proprie capacità o nei propri “programmi”.
A proposito di zizzania, «continuiamo a seguire con apprensione ciò che accade in diversi Paesi lacerati dalla guerra e dalla violenza. Non dimentichiamoci di chi soffre e muore a causa dei conflitti e, al generoso impegno per la pace, uniamo anche la nostra costante preghiera». Sembra anch’essa poca cosa di fronte alle distruzioni immani della guerra, ma è il lievito che crea le condizioni per far fermentare, nella grande pasta del mondo, una pace autentica.