La politica ha bisogno della fede

Mercoledì 4 novembre 2026. La Chiesa non si estranea dai fenomeni sociali. Il Concilio Vaticano II e altri documenti sociali di poco posteriori spiegano come la Chiesa, alla luce della Rivelazione biblica, guardi alle dinamiche politiche e ai rapporti tra le nazioni

di Michele Brambilla

Papa Leone XIV introduce l’udienza del 4 novembre evidenziando anzitutto che «la dimensione sociale è parte integrante, oltre che della natura umana, anche della nostra fede in Cristo Gesù, come preziosa eredità che riceviamo dall’incarnazione del Figlio di Dio». Il Signore cerca fin dalle origini di instaurare un rapporto salvifico con le sue creature e questi tentativi sono culminati proprio in Gesù Cristo. «La Costituzione Gaudium et spes (GS) lo ricorda nei capitoli III e IV della seconda parte, dedicati alla vita economico-sociale e a quella della comunità politica. Anche in questi campi la fede cristiana offre criteri di discernimento», puntualizza il Pontefice. 

«I Padri conciliari evidenziano anzitutto il pericolo per la pace mondiale che deriva dagli squilibri legati a uno sviluppo economico non equo e non rispettoso del creato (cfr GS, 63). Una visione lungimirante, che purtroppo ha trovato conferma nella parte finale del secolo scorso e che più ancora riscontriamo oggi», constata il Papa. Nel paragrafo citato «si richiedono molte riforme nelle strutture della vita economico-sociale; è necessario anche da parte di tutti un mutamento di mentalità e di abitudini di vita». «Perciò Gaudium et spes presenta in sintesi la visione cristiana dello sviluppo economico, che dev’essere sempre al servizio dell’uomo e sotto il controllo dell’uomo (cfr GS, 64-65). Appare già qui chiaramente il concetto di sviluppo integrale, che poi San Paolo VI porrà al centro della sua Enciclica Populorum progressio (1967)»: non esiste vero progresso senza una maggiore tutela della dignità umana. 

Certamente «il cuore dell’economia è il lavoro. Attraverso di esso l’uomo si sviluppa come persona, provvede alle necessità familiari, esprime il proprio talento, partecipa alla vita sociale e costruisce un mondo migliore collaborando all’opera creatrice di Dio». Ne consegue che «il lavoro non può mai essere distorto a danno delle persone, del bene comune o del creato. La vera sfida è offrire a tutti opportunità di mettere a frutto le proprie capacità: non sono accettabili la disoccupazione, lo sfruttamento e condizioni di lavoro che mettono in pericolo la salute e la vita stessa (cfr GS, 67). I lavoratori hanno il diritto e il dovere di partecipare alle decisioni che riguardano la loro attività, anche in forma associata, affrontando i conflitti con il dialogo e azioni non violente (cfr GS, 68)», come raccomandato dalla dottrina sociale della Chiesa fin dalla Rerum novarum (parte seconda, par. C2-C6).

«In questo contesto il Concilio richiama uno dei principi fondamentali del magistero sociale, cioè la destinazione universale dei beni della terra (cfr GS, 69) e lo declina nel campo finanziario, affermando che “tutti i responsabili di tali investimenti e della organizzazione della vita economica globale – sia singoli che gruppi o pubbliche autorità – devono […] da una parte vigilare affinché si provveda ai beni necessari richiesti per una vita decorosa sia dei singoli che di tutta la comunità e, d’altra parte, prevedere le situazioni future e assicurare il giusto equilibrio tra i bisogni attuali di consumo, sia individuale che collettivo, e le esigenze di investimenti per la generazione successiva” (GS, 70)»: si richiede, in poche parole, lungimiranza. Non a caso la Rerum novarum dedicò i nn.34-35 ai salari e all’educazione al risparmio. 

«Gaudium et spes passa poi a trattare della comunità politica, apprezzando diversi segni positivi nell’epoca contemporanea, soprattutto il fatto che “da una coscienza più viva della dignità umana sorge, in diverse regioni del mondo, lo sforzo di instaurare un ordine politico-giuridico nel quale siano meglio tutelati nella vita pubblica i diritti della persona” (GS, 73)»: il Secondo Dopoguerra fu, in effetti, un’epoca nella quale gli orrori vissuti durante l’ultimo conflitto mondiale avevano impresso, nel mondo occidentale, una certa consapevolezza della sacralità e dell’intangibilità della vita umana. Come sappiamo, di lì a poco il Sessantotto, con l’esplosione degli pseudo-diritti individualisti, avrebbe reso quei valori di nuovo aleatori, mentre continuavano ad essere violati platealmente oltrecortina.

Il Papa allora ricorda che «la comunità politica esiste in funzione del bene comune, che consiste “nell’insieme di quelle condizioni di vita sociale che consentono e facilitano agli esseri umani, alle famiglie e alle associazioni il conseguimento più pieno della loro perfezione” (GS, 74). E sempre al bene comune deve mirare l’esercizio dell’autorità politica, che si struttura e opera secondo le circostanze locali e storiche, ma sempre avendo a cuore il bene dell’intera famiglia umana». Sempre «Gaudium et spes ribadisce che “la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo. Ma tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace, quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro” (GS, 76)», puntualizzazione molto importante in un mondo in cui la Chiesa si trova spesso, nella sua vita pastorale concreta, minacciata da una duplice pressione: quella del laicismo e quella dei regimi integralisti che fanno riferimento ad altri sistemi religiosi. Laicismo e integralismo religioso (spesso islamico) rappresentano due anti-modelli, apparentemente antitetici, ma nella realtà dei fatti complementari nel reprimere la libertà religiosa.

Per i cattolici «impegnarsi nell’economia e nella politica secondo questi criteri è un modo di costruire la pace. Come ricordava Papa Francesco, “la guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male” (Lett. enc. Fratelli tutti, 261). Al contrario, la politica che si prende cura delle ferite dei popoli e di quanti subiscono ingiustizia offre motivi di speranza per l’avvenire dell’umanità. Per questo incoraggio i giovani a seguire l’esempio di quegli uomini e di quelle donne che in questi ambiti hanno dato buona testimonianza. E rinnovo la mia esortazione alle comunità cristiane affinché sia rilanciata la formazione sulla dottrina sociale della Chiesa» in vista di un impegno anche politico coerente. 

A proposito di coerenza, il Santo Padre richiama l’esempio di «Augusto Rafael Ramirez Monasterio, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori ucciso in odio alla fede nel 1983», che sta per essere beatificato il 7 novembre, e quello dei martiri «Francesco González de Córdova, sacerdote diocesano e settantanove compagni, sacerdoti, seminaristi e laici», massacrati durante la guerra civile spagnola e anche loro prossimamente beatificati. Ai fedeli ambrosiani fa certamente molto piacere sentire, poi, un riferimento alla memoria liturgica di san Carlo Borromeo, «vescovo insigne della Diocesi di Milano, che, animato da ardente amore per il Signore, fu maestro e guida dei fratelli. Sul suo esempio lasciatevi condurre da Cristo nella vita di ogni giorno».

Siamo alla vigilia dell’attesissimo viaggio apostolico in America Latina, pertanto «vi chiedo di accompagnarmi con la preghiera, affinché il Signore benedica questa missione in quei Paesi a me tanto cari».

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