Giovedì, 5 novembre 2026

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». (Lc 15,1-10)


Di queste due meravigliose parabole del perdono di Dio, commentiamo la seconda. La casa di cui parla la parabola, secondo l’usanza palestinese di allora, è di una sola stanza, dove sono ammassati con un certo ordine tutti i mobili; l’unico handicap è che non c’è molta luce. Questa piccola casa è immagine della nostra vita, secondo il mistico del XIV secolo Giovanni Taulero. Noi abbiamo messo su casa nella vita, ci siamo sistemati; della nostra casa conosciamo ogni angolo, sappiamo dove si trova ogni arredo e dove possiamo prendere ciò che ci serve. Nella nostra vita sappiamo orientarci, conosciamo il modo di comportarci con gli altri, ci siamo conquistati una posizione. Ma abbiamo perso la dracma. E che cos’è questa dracma? Facciamoci aiutare, allora, da un altro mistico, Gregorio di Nissa: la donna rappresenta l’anima e la dracma perduta è la perdita della propria unità interiore, della propria integrità; il numero dieci, infatti, rappresenta la perfezione e dunque la completezza, l’unità dell’essere umano. Insomma, il peccato, le abitudini cattive che abbiamo acquisito, le nostre piccole e grandi infedeltà, i compromessi che abbiamo accettato, sono alla radice di quel disagio interiore che, di tanto in tanto, affiora, ora come insoddisfazione ora come amarezza, ora con altre espressioni. Sulla moneta è impressa l’immagine dell’Imperatore. Fuor di metafora, nella nostra anima c’è l’immagine vivente di Dio, che il peccato oscura e dimentica. Inutile cercare la dracma «fuori di casa», cioè è inutile andare a cercare altri responsabili delle nostre insoddisfazioni e, soprattutto, dei nostri peccati: dobbiamo illuminare il nostro cuore con la luce della nostra intelligenza, rischiarata dalla fede e dalla carità. La strada per giungere al recupero di questa integrità passa attraverso una fatica, una ricerca di cui solo noi possiamo essere protagonisti. Viviamo la vita senza paura, affrontiamo tutti gli ostacoli, guidati da questa certezza: certamente la moneta c’è, forse non sappiamo ancora dove, ma è qui in casa, da qualche parte. Ed ecco, allora il senso e il valore della nostra ascesi penitenziale. 

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