La nostra fragile fede

Domenica 9 agosto 2026. La fede dei discepoli vive di euforia fino a che non finiscono in mezzo alla tempesta: solo allora scoprono di poter camminare anche loro sul mare, se si fidano di Gesù

di Michele Brambilla

«Oggi il Vangelo ci parla di Gesù che, sul lago di Galilea, raggiunge i discepoli nel mezzo di una tempesta, camminando sulle acque (cfr Mt 14,22-33)», dice Leone XIV in apertura all’Angelus del 9 agosto. «Dopo il miracolo dei pani e dei pesci (cfr Mt 14,13-21), il Maestro spinge i suoi a salire in barca e a prendere il largo, mentre Lui si ritira sul monte, da solo, a pregare»: li raggiungerà più tardi, quando il Signore li trova in balia del vento contrario, che impedisce all’imbarcazione di avanzare. 

Il Papa evidenzia volutamente i contrasti che compongono l’armonia di questa pagina evangelica. Poche ore prima i discepoli avevano distribuito in prima persona il cibo che Gesù moltiplicava, ma «dopo un’esperienza di successo, in cui erano stati protagonisti di un segno prodigioso, ora si ritrovano impotenti e spaventati di fronte alla minaccia delle onde e del vento contrario». Una situazione che può insinuare il dubbio sulla presenza del Signore nella nostra vita. 

Nel cuore della notte tempestosa, però, Gesù arriva. «“Coraggio, sono io, non abbiate paura!” (Mt 14,27). La presenza del Signore cambia tutto: Pietro addirittura riesce a fare alcuni passi sopra le onde verso di Lui», sebbene poi il vento, ancora contrario, lo spaventi di nuovo. E’ il segno che, quando abbiamo la certezza di avere accanto a noi il Signore, tiriamo fuori doti di cui non ci pensavamo minimamente capaci, ma basta un nulla per retrocedere perché, in fin dei conti, ci fidiamo più di noi stessi che di Dio. 

Quando Gesù sale sulla barca assieme a Pietro, ripescato nel lago, «sgorga spontanea dal cuore dei discepoli la professione di fede: “Davvero tu sei Figlio di Dio!” (Mt 14,33). Per giungere a questo, non è bastato loro aver assistito a un miracolo, né aver avuto successo davanti alla gente: hanno dovuto passare attraverso l’esperienza della loro debolezza e, in essa, riconoscere la presenza di Dio. Solo così hanno potuto aprire veramente gli occhi e il cuore alla sua vicinanza, ritrovando pace anche in mezzo alla tempesta», prosegue il Pontefice. «E proprio questo essi hanno sperimentato sul lago: la pace di Cristo, che era stato sul monte a pregare, li ha raggiunti in mezzo alla furia delle acque», nel momento che sembrava più buio. Il Signore permette le contrarietà perché la nostra fede in Lui diventi più veritiera.

Il miracolo di Gesù che cammina sulle acque, allora, «ci insegna una cosa importante: prima di tutto a non esaltarci davanti al successo e a non presumere mai di noi stessi; e al tempo stesso a non disperare, neanche nei momenti di buio, quando ci sentiamo impotenti davanti ai problemi e, nonostante i nostri sforzi, ci sembra di andare più indietro che avanti. In qualsiasi circostanza, Gesù non ci abbandona e, se lo accogliamo umilmente nella barca della nostra vita – con la preghiera, con i Sacramenti, con l’ascolto della sua Parola –, in Lui troveremo la pace, troveremo luce e forza per il nostro cammino».

Di male se ne vede parecchio nell’irrisolta crisi sudanese. In lingua inglese il Santo Padre denuncia «la tragica situazione in Sudan, specialmente nella città di el-Obeid. Nell’esprimere la mia vicinanza spirituale al popolo» sudanese, «rinnovo il mio appello alle autorità affinché siano garantiti corridoi umanitari per la popolazione civile. Al tempo stesso, esorto la comunità internazionale a sostenere gli sforzi volti a raggiungere un immediato cessate il fuoco».

Servirebbe anche in Europa orientale, dato che «continuano a giungere notizie dolorose di persone innocenti uccise e ferite in Ucraina e in Russia. Tragici episodi si susseguono, anzi, si moltiplicano, provocando sempre più vittime civili, tra cui anche bambini. Sono vicino alle famiglie delle vittime, ai feriti e a tutti coloro che soffrono a causa del conflitto in atto. Di fronte a tanto dolore rinnovo un accorato appello affinché si rispetti il diritto umanitario e cessino da entrambe le Parti gli attacchi che coinvolgono obiettivi civili». Il Papa afferma con molta franchezza che «la guerra non fa che generare altra guerra e provoca enormi sofferenze. È tempo di fermare la spirale di violenza e dare spazio alla diplomazia e al dialogo per aprire la strada alla pace».

Come spiegato più volte in questo Angelus, le tenebre non hanno mai l’ultima parola. Anche oggi sono numerosi i semi del bene. In particolare, «la presenza di tanti gruppi giovanili, che scelgono di impegnare alcuni giorni di vacanza in attività formative e di amicizia, è un segno di speranza» molto evidente. «A tutti voi, ragazzi e ragazze che mi ascoltate, desidero ricordare che in questi giorni il calendario liturgico propone alcune stupende figure di Santi e Sante, che vi invito a conoscere meglio: ieri», sabato 8 agosto, «il grande San Domenico, fondatore dei Frati Predicatori; oggi Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, carmelitana uccisa ad Auschwitz e co-patrona d’Europa; domani San Lorenzo, diacono della Chiesa di Roma; dopodomani Santa Chiara d’Assisi, che lasciò una vita agiata per seguire Gesù povero e umile, sul modello del suo concittadino San Francesco. Cari giovani, lasciatevi entusiasmare da questi esemplari testimoni del Vangelo», emblemi di quel saper “remare contro” con coraggio che è richiesto non poche volte ai cattolici nel contesto culturale odierno. 

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