Domenica 6 settembre 2026. Se si desse davvero retta a san Paolo, guerre fratricide come quella ucraina non comincerebbero neppure. Invece, si devono ancora una volta compiangere bombardamenti e vittime. Il Papa dà tutto il suo appoggio agli sforzi diplomatici in corso per fermare il conflitto
di Michele Brambilla
Papa Leone XIV nell’Angelus del 6 settembre mette al centro le parole di san Paolo in Rm 13,8-10, specialmente quando l’apostolo dice che «ogni comandamento “si ricapitola in questa parola: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”” (Rm 13,9). San Paolo insiste su questo punto con un’immagine molto forte, presente anche nel “Padre nostro”. Scrive, infatti: “Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole”».
Siamo debitori di molte cose. Gesù stesso «ci ha insegnato a invocare e a praticare la remissione dei debiti. C’è però un patrimonio che ci dobbiamo l’un l’altro, senza restarne imprigionati», ed è proprio l’amore fraterno. «Tutta l’attenzione, la cura e il bene che abbiamo ricevuto ci rendono più liberi e capaci di responsabilità» nei confronti degli altri, che sono da amare come noi stessi.
Perciò «Gesù suggerisce a ogni comunità cristiana almeno due modi di esercitare l’amore vicendevole. Il primo è diventare capaci di correzione fraterna. È un’arte delicata e troppo spesso dimenticata, che chiede franchezza e gradualità», affinché non sia offesa la stessa dignità umana dell’errante. «Parlarsi sinceramente – dapprima a tu per tu, poi se necessario fra due o tre persone, infine, quando occorre, con l’intera comunità – significa affrontare la realtà e trasformare problemi e conflitti in passaggi di crescita» per tutti. Purtroppo «il lamento e la maldicenza sono più facili, ma non generano nulla e paralizzano molte situazioni. Il Vangelo, invece, ci educa alla libertà, nella carità», che sono inscindibili. Non esiste, infatti, vera libertà senza la carità (amore verso Dio e verso il prossimo) e senza la verità.
«C’è poi un secondo modo di amare fraternamente, che per Gesù trasforma persino la preghiera: mettersi d’accordo. Non soltanto quando c’è un conflitto, ma per chiedere a Dio qualche dono. Dice il Signore: “Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà” (Mt 18,19)», aggiunge il Pontefice. L’efficacia della preghiera dipende, quindi, dall’amore con cui la si porge e di cui è espressione. Grazie all’unità nella fede «possiamo avere desideri comuni, dolori comuni, speranze comuni». Quando la fede manca, «ognuno potrebbe sentirsi solo e sospettare degli altri, vedendoli come estranei e nemici. Per grazia, siamo invece fratelli e sorelle che possono andare d’accordo: incontrandosi, perdonandosi e ascoltandosi nel Signore». L’esempio più bello è quello di «Maria, che dopo l’annuncio dell’angelo raggiunse in fretta la cugina Elisabetta, per condividere la gioia e la fatica della gravidanza».
In un certo senso, il Papa insegna nuovamente quelli che sono i presupposti dell’autentica diplomazia, in particolare quando i contendenti condividono la medesima fede in Cristo. Il riferimento alla guerra tra Russia e Ucraina è evidente: subito dopo, il Santo Padre condanna i recenti attacchi alla popolazione civile ucraina, innalzando un nuovo appello «a mettere fine alla violenza, a fermare la distruzione, ad aprire i cuori al dialogo e alla pace».
L’appello è indirizzato a tutti coloro che, nelle stesse ore, stanno provando a far ripartire le trattative tra i due contendenti. Il Papa benedice «gli sforzi intrapresi in questi giorni per riprendere i negoziati», che vedono di nuovo protagonisti gli Stati Uniti.