Venerdì, 31 luglio 2026

Venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: “Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?”. Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua”. E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi (Mt 13,54-58).


I compaesani di Gesù avevano immediato riscontro della sua sapienza e della manifestazione della sua attrattiva superiorità, ma restavano chiusi in sé stessi, non si aprivano all’accoglienza della sua persona e precipitavano nella deriva dell’invidia fino all’avversione gratuita e naturalmente inconcludente. Chi invece accoglieva lealmente e semplicemente il Maestro, mite e umile di cuore, si convertiva a lui e ne viveva con gioia gli insegnamenti e l’amore della vita nuova di amore, grazia e santità. Si formava così la bella cerchia di uomini e donne che crescevano e si perfezionavano nella sequela del Figlio del Dio Vivente, esercitandosi a vincere le tentazioni dell’uomo vecchio per riempirsi della piena umanità di Cristo. Anche noi siamo ben contenti di fare questa esperienza di vita nuova nella sequela e imitazione di Cristo attraverso l’esercizio della vita sacramentale durante tutto l’arco dell’anno liturgico e periodicamente in quella sua magnifica sintesi costituita dagli Esercizi Spirituali ignaziani che la Chiesa raccomanda quale codice di autentico impegno di vita cristiana. In un tempo in cui quasi nessuno proteggeva più la vita spirituale e si sentiva il bisogno di guide vere e sicure nella formazione della vita cristiana, la divina Provvidenza, con la mediazione della Beata Vergine Maria, dispone che Ignazio di Loyola divenga, da semplice militare a servizio di un re umano, autentica guida per condurre i suoi figli spirituali e per mezzo loro le moderne generazioni all’imitazione e al servizio del Re divino. Sul nascere della presunzione dell’eresia e dell’idolatria antropologica, appare puntualmente la proposta che non illude, ma valorizza l’uomo per la sua vera realizzazione personale privata e comunitaria. Là dove questa performance cattolica ha saputo, voluto e potuto prendere corpo ha felicemente tenuto a bada e ha fatto ritardare il processo rivoluzionario della distruzione perseguito da una certa modernità secolarizzatrice e idolatra. Quando invece gli stessi cattolici, refrattari al servizio educativo della Chiesa, sono caduti nel moderatismo e nell’accettazione dei fatti compiuti, sono apparsi insignificanti e quasi emarginati o peggio rinunciatari.
La presa di coscienza di questa situazione paralizzante porta oggi tutti noi, come Chiesa sin dal Concilio Vaticano II, a soccorrere l’umanità caduta nelle mani dei briganti e abbandonata alla morte. Ci impegniamo ad attrarre alla buona salute della piena umanità di Cristo tutti i malcapitati, possibilmente anche coloro che continuano ad esserne la causa. Anche per questo, nel contesto dell’attuale aggressione della Rivoluzione atea e materialista giunta ormai all’idolatria del nulla e della morte, continuiamo ad esercitarci, grazie al respiro degli Esercizi, nell’impegno a perseguire la gloria di Dio e la nostra felicità, come recitano le Costituzioni dei Gesuiti: «Le nostre Costituzioni esigono che noi siamo uomini crocifissi per il mondo e per i quali il mondo stesso è stato crocifisso (Gal 6,14); uomini nuovi che si siano spogliati dell’amore di sé per rivestirsi di Cristo (Col 3,9s.); morti a sé stessi per vivere nella giustizia(Ef 4,24); i quali – come dice San Paolo – “nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con purezza, sapienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero; con parole di verità” si mostrino servi di Dio; e “con le armi della giustizia a destra e a sinistra; nella gloria e nel disonore, nella buona e nella cattiva fama” (2Cor 6,5-8), negli avvenimenti prosperi e nelle difficoltà, avanzino rapidamente verso la patria celeste e aiutino altri, in quanto possono, ad arrivarvi anch’essi, sempre cercando la maggior gloria di Dio». (Dalla Prefazione alla prima edizione delle Costituzioni, attribuita al padre Pietro Ribadeneira, Roma 1559).

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