Giovedì, 30 luglio 2026

In quel tempo, Gesù disse alla folla: “Il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?”. Gli risposero: “Sì”. Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”. Terminate queste parabole, Gesù partì di là (Mt 13,47-53). 


Gesù ha presentato la realtà del regno dei cieli con tante parabole: il Seminatore, il buon seme, la zizzania, il granello di senape, il lievito, il tesoro nascosto in un campo, la perla di grande valore, la rete che, gettata in mare, raccoglie ogni genere di pesci, buoni e cattivi. Nella parabola di oggi, l’evangelista Matteo si compiace nel riportare le parole con le quali Gesù dà atto ai suoi discepoli di essere attenti e aderenti al suo insegnamento in cui la Legge antica rivive nella Nuova legge dell’amore perfetto da lui portato e donato. L’instaurazione della legge dell’amore non è un’imposizione, ma una proposta che impegna i destinatari nella libera responsabilità dell’accoglienza o del rifiuto. La parabola della rete gettata in mare e che raccoglie ogni genere di pesci presenta lo stesso insegnamento, salve diverse sottolineature, di quella del buon seme insidiato dalla zizzania. Le due parabole insegnano l’esistenza dell’inesorabile diversa sorte cui vanno incontro inderogabilmente i buoni e i cattivi che rispettivamente hanno intrapreso o rigettato la via della costante preparazione al Giudizio finale per la gloria o la pena del fuoco eterno, ossia la beatitudine eterna con Dio e la condanna eterna nell’Inferno con il Diavolo e i vari suoi utili idioti. 
A riguardo il Magistero della Chiesa Cattolica, con il suo Catechismo, ininterrottamente accoglie, presenta e puntualizza l’insegnamento di Gesù:  “1021La morte pone fine alla vita dell’uomo come tempo aperto all’accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo. 605 Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell’incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l’immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede. La parabola del povero Lazzaro 606 e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone 607 così come altri testi del Nuovo Testamento 608 parlano di una sorte ultima dell’anima 609 che può essere diversa per le une e per le altre. 1022Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, 610 o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, 611 oppure si dannerà immediatamente per sempre. 612 «Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore». 613 .
A questo punto diventa nuovamente attuale la considerazione fra noi cristiani della retta comprensione della coesistenza dei buoni e dei cattivi. Evidentemente diamo per scontato che innanzitutto la condizione dell’essere moralmente buoni e cattivi risiede in ogni credente che non deve mai disattendere l’impegno personale, sostenuto dalla grazia, per la propria conversione con timore e tremore (cfr. Fil 2,12). Allo stesso modo ci consolidiamo regolarmente nella consapevolezza che, in regime di naturale e logica compresenza di buoni e cattivi, il comportamento dei buoni non è improntato all’indifferentismo e quindi alla comoda imitazione di chi giace nell’errore o attacca chi s’impegna nel cammino della verità, del bene e del bello. Al contrario, staremo sempre in guardia dal far prevalere in noi e fuori di noi l’errore e il male di chi semina zizzania contro il regno di Dio. In questa maniera onoriamo, con pazienza e costanza, l’impegno del rispetto per noi stessi e il nostro prossimo in vista del conseguimento della nostra salvezza personale e quella delle anime più bisognose della misericordia di Dio.

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