Lunedì 29 giugno 2026. Il Ministero petrino è un mistero di comunione e sollecitudine verso tutte le Chiese locali. Unità vuol dire anche saper recedere dai propri particolarismi per il bene della Chiesa universale. Aleggia in tutte le parole del Papa la tristezza per le imminenti ordinazioni lefebvriane
di Michele Brambilla
Il 29 giugno 2026 rischia di essere identico al 29 giugno 1988. La Fraternità S. Pio X non intende, infatti, rinunciare alle ordinazioni episcopali illecite programmate per il 1° luglio ad Econe, così come avvenne il 30 giugno 1988.
Questo pesa inevitabilmente sulle celebrazioni della solennità dei SS. Pietro e Paolo, patroni di Roma e, soprattutto, della Chiesa universale in virtù del Primato petrino. Sono diverse, in effetti, le parole con le quali Papa Leone XIV ricorda il dovere fondamentale della Sede Apostolica di custodire l’unità dei fedeli cattolici. «Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli», dice infatti nell’omelia della Messa, celebrata nella Basilica vaticana. «È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: “Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti” (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: “Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19). Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17)»: i Successori hanno continuato sulla stessa linea, in modo che davvero la Sede romana apparisse anche la prima nell’amore.
«Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo», aggiunge il Papa soppesando bene le parole, «la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita». Chi ha orecchi per intendere, nei frangenti attuali dal punto di vista ecclesiale, intenda. E’ Roma, e non altri, ad ascoltare, con l’aiuto dello Spirito Santo, «le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità».
Nell’Angelus il Pontefice rimarca la differenza di carismi tra san Pietro e san Paolo. «Diversi per provenienza, per formazione, per carattere; non soltanto prima, ma anche dopo essere stati chiamati, e il loro unico Signore non li ha uniformati. Il Vangelo è compreso e annunciato da ognuno di loro con uno specifico accento», così come accade ancora oggi tramite i differenti carismi che lo Spirito suscita nella Chiesa. Come dire: nella Chiesa c’è davvero posto per tutti, se ci si riconosce chiamati dallo stesso Signore per una missione comune, sotto la direzione del legittimo Vicario di Cristo. «Così, i Patroni della Chiesa di Roma hanno vissuto il travaglio della comunione, l’hanno conosciuta, servita e annunciata come sacramento della vita divina. La loro testimonianza ha contribuito in modo determinante a far sì che la presenza cristiana nella storia sia tesa non al dominio, ma al servizio, all’unità e alla riconciliazione».
Non tutto quello che avrebbe fatto Paolo lo avrebbe concepito Pietro e viceversa: si intuisce, così, la natura intrinsecamente dinamica della missione affidata alla Chiesa, che non conosce stasi o fossilizzazioni. La stessa religione cattolica è quindi un fattore fondamentale di rinnovamento nel mondo, dato che ha introdotto nella storia umana «una nuova conoscenza di Dio e dell’infinita dignità di ogni essere umano, una nuova esperienza della forza, non come dominio, ma come servizio alla vita. Anche oggi il Signore, morto e risorto per amore, si fa presente nei suoi testimoni, raggiunge i centri e le periferie, le capitali e le regioni più remote con le voci, i volti, le scelte coraggiose di chi ha risposto al suo invito: “Seguimi!”. Così, questo giorno di festa ci coinvolge nella missione di Pietro e Paolo, cioè nella missione di Gesù stesso».
Non si possono denigrare gli uomini del passato, ma non si può neppure nutrire una sfiducia preventiva nei confronti dei nostri contemporanei: nonostante tutto, «Dio si fida di noi, che siamo dei peccatori perdonati da Lui, di noi che non siamo perfetti, affinché brilli nelle nostre storie la sua grazia, si riveli la sua forza che cambia il male in bene». Il compito di legare e sciogliere, sulla Terra, non ricade, infatti, su un angelo dalla scienza infusa, ma su un uomo preso tra gli altri uomini. L’unità giuridica e affettiva nella Chiesa ruota attorno alla fedeltà, non solo formale, a quell’uomo, Vicario di un Dio che ha voluto Egli stesso farsi uomo.