Domenica 25 ottobre 2026. L’odio, invece, impoverisce tutti, come dimostrano le guerre e le violenze che il Papa condanna fermamente.
di Michele Brambilla
Nella liturgia di domenica 25 ottobre si legge il brano di Mt 22,34-40, in cui risuona una frase del Deuteronomio: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» (Dt 6,5). Con questa citazione «Cristo pone come fulcro del rapporto con Dio la dimensione dell’amore. Non basta, infatti, sapere che Dio esista, che sia l’unico, o che sia l’Onnipotente; il Signore cerca da noi una relazione personale: l’unico vero Dio vuole diventare il nostro Dio», sottolinea Papa Leone XIV nell’Angelus.
Il Papa stesso specifica che «il comandamento dell’amore non è un obbligo, né una imposizione. Non si può, infatti, amare “a comando”»: Dio ha creato degli esseri liberi, che percepiscono l’amore come un’esigenza «propria del desiderio dell’uomo, che trova il suo compimento nella comunione con Lui. Per questo, il nostro amore può essere autentico quando è risposta al suo amore che sempre ci precede. Da qui il bisogno di una totalità che coinvolga l’intera persona: cuore, anima, mente», come scandisce la Scrittura stessa.
«Al primo comandamento, il Signore ne unisce un secondo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mt 22,39)», da Dio stesso portato all’estremo con la Passione del Figlio. La fonte di entrambi comandamenti rimane sempre il Signore, perché «dall’intima relazione con Dio diventiamo capaci di guardare noi e il prossimo con lo stesso sguardo di Cristo, secondo la sua prospettiva. In questo modo, l’egoismo è vinto e anche l’amore per sé stessi si fa carità: la nostra esistenza si volge verso l’altro e diventa dono per chi ci sta accanto», come intuì santa Teresa di Lisieux (1873-97), non a caso patrona delle missioni, che scrisse: «“Solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa; spento questo amore, essa non annuncerebbe più il Vangelo” (cfr Opere complete, Manoscritto B, 3v°, Roma 1997, 223). Senza di esso, infatti, la nostra fede verrebbe privata del suo contenuto, le nostre buone opere si ridurrebbero a moralismo, la nostra speranza sarebbe vana».
«Carissimi, non possiamo amare veramente Dio senza che questo amore straripi nell’amore verso i fratelli e le sorelle. E non possiamo amare davvero il nostro prossimo se non come figli di uno stesso Padre che ci ha amati per primo nel suo Figlio Gesù», riassume il Pontefice. La Chiesa, sull’esempio dello stesso Signore, non dimentica neppure gli accadimenti del più piccolo villaggio, anche quando non vi abitano cristiani. Non a caso «seguo con preoccupazione la grave situazione umanitaria nello Yemen, in particolare nella città di Taiz, dove la popolazione soffre per la mancanza di cibo, acqua e cure mediche. Rivolgo un accorato appello affinché cessino le ostilità e venga garantito al popolo yemenita e a tutti i popoli della regione di vivere nella pace».
A soffrire per i conflitti etnici e religiosi sono spesso i cristiani, vittime innocenti dell’odio altrui. Il Santo Padre prega «per quanti sono rimasti uccisi e feriti venerdì scorso, nell’attentato terroristico contro i fedeli della chiesa ortodossa di St. George ad Hamoud, in Giordania», ovvero in uno dei pochi territori del Medio Oriente che normalmente «si distingue per la pacifica convivenza e il rispetto tra le diverse religioni».
Per incrementare la pacifica convivenza tra popoli e culti differenti «continuiamo insieme a pregare per la pace. Dopodomani, 27 ottobre, uniamoci spiritualmente ai Capi di Chiese e ai Leader religiosi che si raduneranno ad Assisi nel 40° anniversario dell’Incontro convocato da San Giovanni Paolo II» il 27 ottobre 1986, perché «mai come oggi è evidente che le guerre, oltre a seminare morte e distruzione, impoveriscono e danneggiano il mondo» anche dal punto di vista spirituale e culturale.