Mercoledì 10 giugno 2026. Dal santuario di Monserrat alla Sagrada Familia, sono tanti gli spunti che le omelie pronunciate da Leone XIV il 10 giugno offrono per comprendere la trasformazione che la liturgia realizza nell’interiorità dei fedeli cattolici
di Michele Brambilla
Mercoledì 10 giugno Papa Leone XIV è ancora in viaggio in Spagna, quindi non presiede l’usuale udienza generale. Tuttavia, i discorsi pronunciati nel monastero-santuario di Monserrat e a Barcellona, per la Messa che culmina con la benedizione, alla presenza nuovamente del re e di un numero strabocchevole di fedeli, della guglia maggiore della Sagrada Familia, ovvero la Torre di Cristo, collimano con quanto detto nelle udienze precedenti.
Il primo obbiettivo del Papa nell’omelia di Monserrat è, infatti, far percepire lo spazio sacro come luogo vivo nel quale Dio parla all’uomo, sollecitandolo all’azione. La Madonna di Monserrat rammenta al Pontefice anzitutto i suoi anni da parroco missionario: infatti, «con emozione ho ricordato i miei anni come parroco della parrocchia di Santa Maria di Montserrat a Trujillo, in Perù. La Moreneta mi ha», si può dire, «sempre accompagnato. Grazie, Catalogna, per la tua fede» operosa, che si esprime eminentemente nella bellezza del santuario dedicato alla sua patrona, mura che potrebbero «raccontarci le innumerevoli storie di devozione, gratitudine e speranza», tra le quali il Papa enumera la conversione «di sant’Ignazio di Loyola, il quale in questo luogo suggestivo, dopo una notte di preghiera davanti alla Vergine, consegnò le sue armi da cavaliere, momento che segnò l’inizio di una nuova vita al servizio di Gesù Cristo. Con questo stesso atteggiamento filiale, vi invito oggi ad accogliere l’invito di Maria: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2,5)».
Il Signore, tramite Maria, ci convoca per trasformarci in pietre dell’edificio spirituale della Chiesa. La liturgia come convocazione del popolo di Dio traspare chiaramente nell’omelia della Sagrada Familia. «Oggi, infatti, la Basilica della Sacra Famiglia ci accoglie, aprendo le sue porte come braccia spalancate per invitare ciascuno a questo altare, all’ascolto della parola di Dio, che ci costituisce famiglia amata dal Signore, nutrita dalla sua stessa vita nell’Eucaristia. È così che Barcellona, la ciutat comtal, e tutta la Catalogna si radunano in questo tempio, segno di unità e di concordia, e alzano lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, raggiante nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo», che trasforma le nostre esistenze rendendole capaci di bene autentico, sottolinea il Pontefice.
Ammirando la bellezza dell’opera più insigne del servo di Dio Antoni Gaudi (1852-1926) a cento anni esatti dalla sua morte, constatiamo prima di tutto che «questa chiesa è un unico edificio, composto di molte pietre. Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto». Il Papa rimarca che «noi tutti siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine. Molto più di un monumento, la Basilica della Sacra Famiglia è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento» nelle nostre anime e, tramite le nostre azioni, nel mondo. «Non abitiamo dunque un’opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione» di cui noi siamo al contempo pietre e carpentieri. Spesso il volto della Chiesa è corrugato dal peccato dei suoi membri, ma «la sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza. La nostra gratitudine diventa allora impegno, mentre cooperiamo al progetto di Dio, cioè alla costruzione cui Egli stesso ci chiama. Poiché siamo tempio dello Spirito Santo (cfr 1Cor 6,16-19), quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio pensa come un capolavoro da realizzare insieme» a Lui e tra di noi. A re Davide, che spera di edificare una casa materiale all’Arca dell’Alleanza, il Signore fa un dono ancora più grande: trasforma la sua casata in quella del Messia. E’ quindi «Dio che dà posto a noi, e il posto che ci dona è il suo cuore: il posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi che siamo peccatori». Davvero periamo lontani da Lui, perché ci allontaniamo dalla fonte della vita eterna. In proposito, è da segnalare un’importante omissione del traduttore italiano: nel testo originale dell’omelia, in spagnolo, il Santo Padre denuncia che «no podemos creer en Jesús y matar al inocente incluso antes de que nazca», ovvero «non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente, incluso quello che non è ancora nato», evidente riferimento all’aborto.
Allora, «ammirando la torre di Gesù Cristo, alziamo a Lui lo sguardo, a Lui che solo ci svela la verità di Dio e la verità di noi stessi. Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza. Nella Croce di Gesù la nostra fede raggiunge il vertice, come professa l’iscrizione che è posta alla base della guglia: “Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus”. Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo», in modo che appaia evidente che solo Gesù è la roccia salda su cui costruire un mondo davvero più giusto e in pace.
Come ribadito più volte dal Pontefice, «la fede dà forma alle pietre e senso all’edificio che stiamo abitando insieme. Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo. Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso. Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi». Le tre facciate della Sagrada Familia sono dedicate proprio alla Natività, alla Passione e alla Risurrezione, rendendo la basilica un’eloquente «catechesi fatta di pietre, di colori e di luce. Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali, che sono in sé stesse ricchissimi messaggi di evangelizzazione. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione».