Mercoledì 21 ottobre 2026. La Gaudium et spes ribadì che la vita della famiglia culmina nella procreazione, che non deve essere vista in contrapposizione all’amore che intercorre tra i coniugi, come spesso si fa oggi. Separare i due aspetti ha spalancato le porte alla precarietà affettiva e alla conseguente frantumazione della stessa società civile
di Michele Brambilla
Nell’aprire l’udienza del 21 ottobre Papa Leone XIV ringrazia ancora una volta tutti «per il sostegno delle vostre preghiere» nei giorni del ricovero ospedaliero.
Continuando a trattare i documenti conciliari, il Santo Padre si sofferma sul fatto che «la Costituzione pastorale Gaudium et spes (GS) del Concilio Vaticano II, dopo aver illustrato, nella prima parte, la dignità della persona e la sua vocazione nel mondo, nella seconda parte, “alla luce del Vangelo e dell’esperienza umana”, considera alcuni problemi contemporanei più urgenti (cfr GS, 46)». Il Papa sottolinea che «l’attenzione si concentra in primo luogo sul matrimonio e sulla famiglia, nella convinzione che “il bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare” (GS, 47)». Gli eventi storici successivi, con lo scoppio della Rivoluzione sessuale e la disintegrazione delle famiglie, hanno dato pienamente ragione al concilio, dato che è esattamente nel Sessantotto che è cominciata una fase storica caratterizzata dal declino morale, politico, culturale e persino economico delle società occidentali.
Della famiglia non vengono «semplicemente ribaditi i valori e i fini, ma si prospetta una rinnovata concezione del matrimonio», differente da un approccio, che, in epoca post-tridentina, si era occupata quasi esclusivamente degli aspetti canonico-giuridici (dando pericolosamente per scontati tutti gli altri), per giungere a definirlo anzitutto «quale “intima comunità di vita e d’amore coniugale” (GS, 48). Integrando la dimensione giuridica del matrimonio come contratto, il fondamento di tale unione viene riconosciuto nel “patto coniugale”, inteso come “l’atto umano col quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono” (ibid.)», fondando una “Chiesa domestica” contrassegnata da una comunione profonda tra i coniugi. Il Sacramento integra gli aspetti naturali e giuridici già noti all’Antichità pagana, dando però loro un significato più alto, derivato dalla Rivelazione biblica: nel Matrimonio cattolico «non sono più due, ma una sola carne» (Mt 19,6) grazie allo Spirito Santo, che fin dalle origini ha benedetto l’unione dell’uomo con la donna, e questo fornisce alla fedeltà coniugale un fondamento molto più solido e pregnante della verecondia latina o delle preoccupazioni per la dispersione del patrimonio, che ai nostri giorni sono tornate a dominare i patti prematrimoniali sottoscritti senza fede da molti nostri contemporanei. «Riflesso della Trinità divina, l’amore coniugale e genitoriale, attraverso il Sacramento del matrimonio, viene “sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo”, affinché i coniugi possano amarsi l’un l’altra così “come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa”», esplicita infatti Gaudium et spes al n.48.
«Non limitandosi all’attrattiva erotica, che pure integra in sé, l’amore coniugale coinvolge tutta la volontà degli sposi, ravvivandone gli affetti dell’animo ed esprimendosi mediante sentimenti e gesti di tenerezza (cfr GS, 49). Abbracciando il bene di tutta la persona dell’uomo e della donna, uguali nella dignità, quest’amore pervade tutta quanta la vita dei coniugi, trovando espressione negli atti esclusivamente propri del matrimonio (cfr ibid.). Mentre significa l’amore integrale da persona a persona, la singolare intimità degli sposi ne favorisce la mutua donazione e arricchisce la loro vicendevole gioia (cfr ibid.)», prosegue il dettato conciliare, contrapponendosi a molte tendenze disordinate che erano già in nuce mentre Gaudium et spes veniva approvata.
Per il Papa il bonum prolis è senza dubbio il luogo in cui più si esprime la fecondità del rapporto coniugale, che non si chiude in se stesso, ma è chiamato a generare la vita. La nascita dei figli è «“il dono più eccellente del matrimonio” (GS, 50). Trasmettendo ed educando la vita umana, che mai va scartata, gli sposi diventano “cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti”». Il Signore passa, infatti, anche in questo caso da un libero “sì” degli esseri umani.
«Chiamati a tale responsabilità umana e cristiana, essi sono tenuti a lasciarsi guidare da un retto giudizio circa il bene loro e dei loro figli, già nati o venturi. Un tale giudizio, che, in ultima analisi, gli sposi stessi devono formulare davanti a Dio, esige che la loro coscienza si conformi alla legge divina, interpretata dal Magistero ecclesiale alla luce del Vangelo», quando invece, fin troppo spesso, anche i coniugi cattolici si adeguano all’andazzo generale. La dottrina cattolica e la stessa Rivelazione divina congiungono, quindi, strettissimamente momento unitivo e momento procreativo, che non sono in contraddizione o in concorrenza l’uno contro l’altro, come si crede troppo spesso oggi: non a caso sarà questo il punto più attaccato dalla Rivoluzione sessuale, che ha avuto come risultato la proliferazione degli egocentrici (ci può essere anche un egocentrismo di coppia), incapaci di essere generativi o di introdurre alla vita sociale chi hanno avuto la ventura di mettere al mondo.
«La valorizzazione della comunione amorosa e della fecondità procreativa nel matrimonio porta il Concilio a escludere che possa esserci “vera contraddizione tra le leggi divine, che reggono la trasmissione della vita, e quelle che favoriscono l’autentico amore coniugale” (GS, 51) e ad affermare, invece, che “quando si tratta di mettere d’accordo l’amore coniugale con la trasmissione […] della vita” si deve “mantenere, in un contesto di vero amore, il significato totale della mutua donazione e della procreazione umana”», questo a tutela della stessa intelligibilità dell’amore umano come segno dell’amore divino, che è libero e gratuito. Importante l’inciso «in un contesto di vero amore», che confuta la caricatura mondana della famiglia cattolica, immaginata come un luogo in cui la donna è ridotta al solo dovere di procreare, e prende decisamente posizione contro ogni forma di violenza domestica in maniera molto più garbata, coerente e pregnante di molte filippiche a noi contemporanee. Infatti «da ciò consegue sia che “la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura”, scongiurando “l’aborto e l’infanticidio”», sia che «gli atti specifici della vita coniugale» devono essere ordinati «secondo la vera dignità umana».
Per tutta questa serie di motivi la Chiesa continua ad indicare la famiglia come «“una scuola di umanità più ricca” e “il fondamento della società” (GS, 52), richiamando tutti coloro che hanno responsabilità sociali, specialmente in ambito politico e culturale, al dovere di “collaborare efficacemente alla promozione del matrimonio e della famiglia” (ibid.)». Poiché questo insegnamento ecclesiale non ha soluzioni di continuità, Leone XIV non esita a citare «la sollecitudine pastorale dei Papi che si sono succeduti dopo l’ultimo concilio, fino alla duplice Assemblea sinodale voluta da Papa Francesco, sulla quale sono ritornati, nei giorni scorsi, i Capi delle Chiese Orientali Cattoliche e i Presidenti delle Conferenze Episcopali».
Il Pontefice si pone in continuità esplicita coi predecessori anche dal punto di vista degli appelli di pace: elogia, infatti, «gli organizzatori e gli interpreti del concerto “Salmi di Pace”, per il 45° anniversario della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II. Tale evento favorisca propositi di pace e di riconciliazione».
Testimoniare e diffondere nel mondo l’integralità della dottrina cattolica non è mai stato facile: il Papa ricorda che «sabato scorso, a Ibiza, Spagna, sono stati beatificati don Juan Torres Torres e 19 compagni, sacerdoti delle isole di Ibiza e Formentera, uccisi in odio alla fede nella persecuzione religiosa del secolo scorso. La loro testimonianza ci incoraggia a fare della vita un’offerta d’amore a Dio e ai fratelli».