Sabato, 26 settembre 2026

In quel tempo, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: “Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini”. Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento (Lc 9,43b-45).


Gesù sta per concludere la sua missione in Galilea. Dopo la confessione di Pietro, fa ai discepoli il primo annuncio della sua passione, spiega loro la necessità di seguirlo, rinnegando se stessi per portare la croce con viva fede e senza vergogna. In questa prospettiva sceglie fra i Dodici Pietro, Giacomo e Giovanni perché siano testimoni gioiosi della sua Trasfigurazione in cui fanno esperienza straordinaria del suo mistero pasquale di morte e risurrezione, da annunciare a tutti, con gli altri Apostoli, a tempo debito, secondo le Scritture e la speciale testimonianza di Mosè ed Elia presenti anch’essi sul monte Tabor.
La successiva guarigione del fanciullo epilettico indemoniato suscita lo stupore di tutti gli astanti per la grandezza di Dio. Ma Gesù, ormai giunto il tempo in cui portare a compimento il sacrificio dell’Amore, non si lascia neanche minimamente esaltare dal suo successo missionario popolare e attira l’attenzione di tutti coloro che lo seguono a credere che egli è personalmente il Figlio dell’uomo nella sua origine divina (Dan 7,13) e il Servo consegnato alla morte (Is 53,8): “Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini”. Gli Apostoli però, come tutti gli altri, non capiscono ancora questo secondo annuncio della passione e morte del Maestro le cui parole, per loro, restano misteriose e costituiscono motivo di timore. Che il Figlio di Dio doveva morire era per loro contraddittorio, come d’altra parte dirà l’apostolo Paolo: follia per i pagani, scandalo per gli ebrei. Ma capiranno e accetteranno, dopo la Risurrezione, alla luce dello Spirito Santo,, che l’Amore crocifisso è vita in pienezza e non può essere annientato dalla morte, sulla quale anzi trionfa compiutamente e definitivamente nonostante la momentanea sconfitta, comunque sempre presupposto della Vittoria.
Sì, per il mondo, la croce è scandalo e follia. Ma Dio chiama tutti a credere e accettare la necessaria sconfitta dell’Amore crocifisso. E noi che siamo chiamati, crediamo e annunciamo Cristo potenza e sapienza di Dio. “Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte egli uomini” (1Cor 1,25).
La croce è dunque la via regale da percorrere nella quotidianità della nostra, animati dal coraggio di essere in tutto alternativi al mondo, felicemente liberi dalla tendenza al compromesso ideologico e comportamentale in tutti gli ambiti esistenziali avvelenati in vari modi dalla rivoluzione dilagante. Con il sempre necessario discernimento e l’altrettanto necessaria pazienza per la salvezza del nostro prossimo, mettiamo in campo la forza della verità e l’efficacia della responsabilità educativa per salvare ad ogni costo qualcuno dalla vecchia Babele che vari potenti mondani oggi contribuiscono ad erigere. Sempre più attenti alla scuola di Gesù e, all’unisono con il suo Cuore, vinciamo ogni paura emergente dall’uomo vecchio per annientarlo e ed espungerlo via da noi, perché Cristo Re possa regnare in ciascuno di noi e nei vari ambiti in cui siamo chiamati a servirlo edificando, senza remore o paure, la nuova Gerusalemme. Infatti il timore di Dio, l’essere timorati di Dio, alimenta in noi il coraggio di aprire le porte a Cristo e alla sua regale e benefica potestà fondamento di vera civiltà, come ribadì San Giovanni Paolo Secondo sin dall’inizio del suo Pontificato: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!» (Omelia, 22.10 1978).

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