Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello! Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito! (Mt 23,23-26).
Oggi leggiamo alcune delle veementi minacce di Gesù agli Scribi e ai Farisei riportate dal Vangelo secondo Matteo. La Legge richiedeva la decima dei prodotti più importanti. I Farisei, per spirito di perfezione esteriore, la estendevano fino alle minuzie degli ortaggi considerati di poco conto come la menta, l’aneto e il cumino. L’attenzione alla medesima perfezione materiale li induceva a filtrare le bevande per evitare la contaminazione di qualche insetto ingoiandolo anche involontariamente. Con questo stile impeccabile esteriormente si persuadevano sempre più arbitrariamente di essere retti e puri, incuranti dei doveri primari della giustizia, della misericordia e della fedeltà, la religione del cuore secondo le esigenze dell’obbedienza umile e amorevole al Signore che dava la Legge della libertà filiale.Ora il Figlio Unigenito, venuto a stabilire definitivamente nell’amore la verità del rapporto con Dio Padre, chiama tutti, nei modi necessari, alla religiosità autentica mostrandola e donandola nel suo Cuore umile e sincero (Mt 11,28ss). Sì, è bene curare la perfezione esteriore anche nelle minuzie, ma non come una più o meno comoda maschera che occulta i gravi peccati contro i Comandamenti che invece sono la sostanza essenziale di ogni retto comportamento morale in armonia con la natura sostenuta dalla grazia. Non basta far vedere una minuziosa, ancorché non scrupolosa, buona creanza nei modi del portamento esteriore. Piuttosto è necessario profondere innanzitutto l’impegno nella pratica volenterosa ed entusiasta dei Comandamenti secondo l’aggiornamento catechistico esplicativo che ne fa di tempo in tempo la Chiesa, nella prospettiva della piena umanità di Cristo.Evidentemente non si tratta di abbassare o alzare il tono della proposta morale naturale e cristiana, ma di far emergere continuamente la verità e novità antropologica della vita cristianamente impostata nelle sue varie esplicitazioni personali, private e sociali.Questo servizio formativo lo offre in modo adeguato ai nostri tempi il Magistero della Chiesa con il Concilio Vaticano Secondo, i cui Documenti vanno veramente conosciuti. La sua sintesi, ricca ed attuale, la troviamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica, nei documenti del Magistero pontificio e in quello dei Vescovi che, se uniti con il Papa, custodiscono, presentano e incarnano la fede cattolica. Ci è gradito, oltre che doveroso, impegnarci nella pratica e nello stile di un umanesimo devoto frutto dell’ascolto attento e responsabile dell’ascolto e della formazione della coscienza retta e illuminata, gioiosamente liberi dalla pur sempre vecchia ipocrisia del famigerato e non meglio definito “politicamente corretto”.Sull’importanza della retta formazione della coscienza morale rileggiamo il Concilio: “(…). Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo (19). Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale. Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità. Tuttavia succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo essa perda la sua dignità. Ma ciò non si può dire quando l’uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato” (GS 16).