Mercoledì 20 maggio 2026. Il Papa inizia a commentare la Costituzione Sacrosanctum Concilium, che avviò la riforma liturgica conciliare. Il Pontefice ricorda anzitutto che la liturgia è centrale nella Chiesa. Riuniti infatti attorno alla mensa eucaristica dallo Spirito Santo nel nome di Cristo, vi riceviamo lo stesso Cristo, come scrisse anche sant’Agostino
di Michele Brambilla
Il ciclo dedicato ai documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II prosegue con la trattazione, nel corso dell’udienza del 20 maggio, della Sacrosanctum Concilium, ovvero «la Costituzione sulla sacra liturgia», il che significa toccare i nodi, ancora scoperti in molti casi (si pensi allo scontro con i lefebvriani, che si sta aggravando proprio in questi giorni), della riforma liturgica, ma soprattutto rispiegare a tutta la Chiesa il suo significato.
Infatti, «elaborando questa Costituzione, i Padri conciliari hanno voluto non solo intraprendere una riforma dei riti, ma condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire quel legame vivo che la costituisce ed unisce: il mistero di Cristo», come sintetizza Leone XIV, che in occasione di questa udienza fa sedere accanto a sé il patriarca armeno della Cilicia, Aram I. L’ecumenismo era uno degli obbiettivi cardine del Concilio Vaticano II ed è assai significativo che il Papa inizi a spiegare la Sacrosanctum Concilium con un patriarca orientale al suo fianco, segno eloquente dell’impegno indefesso della Chiesa cattolica perché si ritorni presto a condividere lo stesso Pane e lo stesso Calice.
«La liturgia, in effetti, tocca il cuore stesso di questo mistero: essa è insieme lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita. Nella liturgia infatti, “si attua l’opera della nostra redenzione” (SC, 2), che fa di noi una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo che Dio si è acquistato (cfr 1Pt 2,9)», ribadisce lo stesso Pontefice. Riformarla, quindi, non è stato un “colpo di testa”, così come non lo è impiegare, per definirla, la parola greca mysterion, in latino misterium. «Come ha manifestato il triplice rinnovamento – biblico, patristico e liturgico – che ha attraversato la Chiesa nel corso del XX secolo, il Mistero in questione non designa una realtà oscura, ma il disegno salvifico di Dio, nascosto dall’eternità e rivelato in Cristo, secondo l’affermazione di San Paolo (cfr Ef 3,3-6). Ecco, dunque, il Mistero cristiano: l’evento pasquale, vale a dire la passione, la morte, la risurrezione e la glorificazione di Cristo, che proprio nella liturgia ci è reso sacramentalmente presente, così che ogni volta che partecipiamo all’assemblea riunita “nel suo nome” (Mt 18,20) siamo immersi in questo Mistero», dice il Papa con parole attentamente soppesate per indicare che non è stata affatto oscurata la natura sacrificale della Messa. La Chiesa stessa nasce dal fianco trafitto di Cristo crocifisso, che nella liturgia «esercita il suo sacerdozio assolutamente unico, Lui che è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità radunata e, in sommo grado, nell’Eucaristia (cfr SC, 7). È così che, secondo Sant’Agostino (cfr Serm., 277), celebrando l’Eucaristia la Chiesa “riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve”: diventa il Corpo di Cristo, “dimora di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2,22). Questa è “l’opera della nostra redenzione”, che ci configura a Cristo e ci edifica nella comunione» fraterna.
«La ritualità della Chiesa esprime», così, «la sua fede – secondo il celebre detto lex orandi, lex credendi –, e al tempo stesso plasma l’identità ecclesiale: la Parola proclamata, la celebrazione del Sacramento, i gesti, i silenzi, lo spazio, tutto questo rappresenta e dà forma al popolo convocato dal Padre, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito Santo. Ogni celebrazione diventa così una vera epifania della Chiesa in preghiera, come ha ricordato san Giovanni Paolo II (Lett. ap. Vicesimus quintus annus, 9)». E’ quindi vero dire che la liturgia, in particolare quella eucaristica, è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (SC, 10). Anche il più grande gesto di carità potrebbe trasformarsi in uno sfoggio di bontà personale, se non sorretto dalla preghiera e dai Sacramenti, in cui troviamo l’Alfa e l’Omega di tutto il nostro essere.
Leggendo e traducendo dall’inglese le parole che il Papa rivolge ad Aram I all’inizio dell’udienza, ritroviamo molti dei punti toccati nello stesso insegnamento papale. Anzitutto la considerazione del fatto che il patriarca si trovi a Roma in pellegrinaggio sulle tombe degli Apostoli e sia stato ricevuto dal loro legittimo Successore «in these days when we prepare for Pentecost», cioè nei giorni che precedono la solennità che commemora l’effusione sulla Chiesa nascente dello Spirito Santo. Il richiamo alla comune fondazione divina deve portare tutti i credenti in Cristo a ricercare in ogni modo la «full unity», che oggi è di nuovo messa a repentaglio. L’unità nella diversità dei carismi è uno dei doni distintivi dello Spirito. E’ sempre sotto la direzione dello Spirito che i cristiani possono pregare unitariamente per la pace «in Lebanon and the Middle East», invocando la Madonna e santi armeni del calibro di «san Gregorio l’Illuminatore, san Gregorio di Nareg, san Nerses il Grazioso», quest’ultimo aggiunto dallo stesso Leone XIV al Martirologio Romano giusto due giorni fa.