Al passo di ogni popolo, ma con la misura di Cristo 

Mercoledì 25 febbraio 2026. Le nostre comunità devono offrire una catechesi autenticamente missionaria, che renda accessibile a tutti il mistero di Cristo, vero compimento di ogni popolo e di ogni cultura, senza cedimenti, senza adulterazioni, senza timidezze

di Michele Brambilla

Nella settimana successiva alla I domenica di Quaresima, come tradizione, la Curia romana si riunisce per gli Esercizi spirituali, predicati da mons. Erik Varden, vescovo di Trondheim (Norvegia), pertanto non si tiene l’udienza generale. Papa Leone XIV, tuttavia, ha pubblicato il 24 febbraio un suo messaggio al Congresso teologico-pastorale di Guadalupe, in Messico, avente come tema proprio le celebri apparizioni del 12 dicembre 1531 e l’approssimarsi del loro 500° anniversario.

Nel messaggio il Papa parla di inculturazione, ribadendo alcuni concetti che si inseriscono bene nel ciclo sul Concilio Vaticano II. In particolare, il Pontefice riecheggia la Dei Verbum laddove specifica che, per comprendere le apparizioni guadalupane, «è opportuno riconoscere il modo in cui Dio stesso si è rivelato e ci ha offerto la salvezza».

Il Santo Padre ricorda, infatti, che «Egli ha scelto di rivelarsi non come un’entità astratta né come una verità imposta dall’esterno, ma entrando progressivamente nella storia e dialogando con la libertà umana». In particolare, «“Dopo aver parlato anticamente molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti” (Eb 1,1), Dio si è rivelato pienamente in Gesù Cristo, nel quale non solo comunica un messaggio, ma comunica anche se stesso. Pertanto, come insegna San Giovanni della Croce, dopo Cristo non c’è altra parola da attendere, nulla di più da dire, perché tutto è stato detto in Lui (cfr Salita del Monte Carmelo, II, 22, 3-5)», ed «evangelizzare consiste, anzitutto, nel rendere presente e accessibile Gesù Cristo».

Come spiegato dallo stesso Pontefice in merito alla Lumen gentium, «ogni azione della Chiesa deve cercare di introdurre gli esseri umani in una relazione viva con Lui, una relazione che illumina l’esistenza, interpella la libertà e apre un cammino di conversione, preparandoli ad accogliere il dono della fede come risposta all’Amore che dà senso e sostiene la vita in tutte le sue dimensioni». Farsi comprendere dall’interlocutore è assolutamente prioritario, perché «l’annuncio della Buona Novella avviene sempre all’interno di un’esperienza concreta. Tenerne conto significa riconoscere e imitare la logica del mistero dell’Incarnazione, per il quale Cristo “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14), assumendo la nostra condizione umana, con tutto ciò che essa comporta nella sua configurazione temporale. Ne consegue, allora, che la realtà culturale di chi riceve l’annuncio non può essere ignorata». Non si tratta di mera strategia per ricondurre tutti ad un unico modello preconfezionato, «ma un’esigenza intrinseca della missione della Chiesa. Come sottolineava San Paolo VI, il Vangelo – e, di conseguenza, l’evangelizzazione – non si identifica con nessuna cultura particolare, ma è capace di permearle tutte senza sottomettersi ad alcuna (Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi , 20)», perché ogni uomo, e quindi ogni popolo, è capax Dei. 

«Partendo da questa convinzione, inculturare il Vangelo significa seguire», quindi, «lo stesso cammino percorso da Dio: entrare con rispetto e amore nella storia concreta dei popoli affinché Cristo sia veramente conosciuto, amato e accolto a partire dalla loro esperienza umana e culturale. Ciò implica accogliere i linguaggi, i simboli, i modi di pensare, sentire ed esprimersi di ciascun popolo, non solo come veicoli esteriori dell’annuncio, ma come luoghi concreti in cui la grazia desidera abitare e agire». Sulla tilma di san Juan Diego apparve, non a caso, una Madonna dai tratti somatici amerindi, che indossa anche gli abiti tipici delle donne locali quando rimangono incinte. 

Le culture locali, però, non hanno solo aspetti positivi. Per il Papa è necessario chiarire «che l’inculturazione non equivale alla sacralizzazione delle culture o alla loro adozione come quadro interpretativo decisivo del messaggio evangelico. Né può essere ridotta a un accomodamento relativistico o a un adattamento superficiale del messaggio cristiano, poiché nessuna cultura, per quanto preziosa, può semplicemente identificarsi con la Rivelazione o diventare il criterio ultimo della fede. Legittimare tutto ciò che è culturalmente dato o giustificare pratiche, visioni del mondo o strutture che contraddicono il Vangelo e la dignità della persona significherebbe ignorare che ogni cultura – come ogni realtà umana – deve essere illuminata e trasformata dalla grazia che scaturisce dal Mistero pasquale di Cristo». L’inculturazione «è, piuttosto, un processo esigente e purificante, attraverso il quale il Vangelo, rimanendo integro nella sua verità, riconosce, discerne e accoglie i semi del Verbo presenti nelle culture, e allo stesso tempo ne purifica ed eleva i valori autentici, liberandoli da ciò che li oscura o li deforma. Questi semi del Verbo, come tracce dell’azione previa dello Spirito, trovano in Gesù Cristo il loro criterio di autenticità e la loro pienezza».

«Da questa prospettiva, la Madonna di Guadalupe», che il Pontefice non esita ad invocare come «Stella della Nuova Evangelizzazione», «è una lezione di pedagogia divina sull’inculturazione della verità salvifica. Non canonizza una cultura né ne assolutizza le categorie, ma non le ignora né le disprezza: esse vengono accolte, purificate e trasfigurate per diventare luogo di incontro con Cristo. La Vergine di Guadalupe rivela il modo di Dio di avvicinarsi al suo popolo: rispettoso nel suo punto di partenza, intelligibile nel suo linguaggio, fermo e dolce nella sua guida verso l’incontro con la Verità piena, con il Frutto benedetto del suo grembo», insiste Leone XIV, il quale denuncia che «oggi, in molte regioni delle Americhe e del mondo, la trasmissione della fede non può più essere data per scontata, in particolare nei grandi centri urbani e nelle società pluralistiche segnate da visioni dell’uomo e della vita che tendono a relegare Dio alla sfera privata o a ignorarlo del tutto. In questo contesto, il rafforzamento dei processi pastorali richiede un’inculturazione capace di dialogare con queste complesse realtà culturali e antropologiche, senza accoglierle acriticamente, così da favorire una fede matura e adulta, sostenuta in contesti esigenti e spesso avversi». 

Se si tratta di affrontare tutta una visione del mondo, la trasmissione della fede cattolica non può avvenire «come una ripetizione frammentata di contenuti» e non ci si deve limitare alla preparazione ai singoli Sacramenti dell’iniziazione cristiana, come accade ancora in troppe parrocchie. Una catechesi intesa come vera azione missionaria «diventa una priorità imprescindibile per tutti i pastori (cfr CELAM, Documento di Aparecida, 295-300). Essa è chiamata a occupare un posto centrale nell’azione della Chiesa, per accompagnare in modo continuo e profondo il processo di maturazione che conduce a una fede veramente compresa, abbracciata e vissuta personalmente e consapevolmente, anche quando ciò significa andare controcorrente rispetto ai discorsi culturali dominanti». 

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