Martedì, 28 aprile 2026

Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola». (Gv 10,22-30)


Secondo il metodo ignaziano, è sempre utile operare la “compositio loci”, quando si legge il Santo Vangelo. Gesù tiene una conversazione con i Giudei nel “portico di Salomone”. Si trattava di una vasta e possente struttura, simile alla stoá di Atene, che Erode il Grande fece costruire all’interno del Tempio perché i fedeli e i pellegrini si potessero riparare nel caso di intemperie (ed infatti era inverno, secondo il santo Vangelo) e dove i rabbini consegnavano i loro insegnamenti ai discepoli spesso in forma di disputationes. Nostro Signore privilegiò questo luogo del Tempio, se anche i suoi discepoli, come leggiamo negli Atti degli Apostoli, continuarono a frequentarlo. Dal portico di Salomone, così chiamato perché alcuni ritenevano che fosse una struttura sopravvissuta alla distruzione del primo tempio, si poteva osservare la Valle del Cedron e il Monte degli Ulivi: lo sguardo di Gesù si posava sui luoghi dell’arresto e su quelli che Egli avrebbe attraversato, una volta fatto prigioniero per essere processato. Da questa contemplazione sgorgano le sue parole misteriose: «Io do la vita eterna», ciò che egli compie con il Sacrificio della Passione. Era inoltre la “Festa della Dedicazione”, che ancora oggi i pii Giudei celebrano nel mese di dicembre per ricordare, con sfarzo di illuminazioni, la riconsacrazione del Tempio, di modeste dimensioni, costruito dopo il rientro dall’esilio babilonese nel VI sec. a.C., profanato dai pagani e restituito al culto dai Maccabei nel II sec. a.C. Perché l’evangelista ci comunica questo dettaglio, se non per ricordarci che il Tempio era una figura e un’anticipazione del vero Tempio che è Nostro Signore Gesù Cristo in cui le due nature, quella umana e quella divina, si incontrano nella sua Divina Persona perché in Lui e solo in Lui si abbia accesso al Padre? Infatti, il brano evangelico si chiude con un’espressione di altissima teologia trinitaria: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Durante le discussioni teologiche dei primi secoli, i Padri facevano notare che la parola del Vangelo è “unum”, una cosa sola, e non “unus”, un solo soggetto. Unità di natura, trinità di persone, comunione totale, distinzione delle relazioni. Quel modello è anche l’esemplare sul quale riprodurre le nostre relazioni interpersonali. E così saranno migliori: la Trinità è la migliore comunità!

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