Domenica 4 ottobre 2026. Come san Francesco, ognuno di noi può porre la sua pietra nell’edificio spirituale della Chiesa e contribuire, in questo modo, anche alla costruzione di un mondo più pacifico
di Michele Brambilla
«La parabola evangelica che viene proclamata nella Liturgia di questa domenica parla della vita di Gesù e illumina il senso della sua missione (cfr Mt 21,33-43). Egli è il Figlio di Dio inviato nel mondo, che però viene rifiutato proprio da quanti avrebbero dovuto accoglierlo a braccia aperte. Chi è venuto per portare la salvezza, riceve una condanna; chi vuole donare la vita, viene messo a morte», spiega Papa Leone XIV all’inizio dell’Angelus del 4 ottobre.
La parabola dei vignaioli omicidi «ci fa riflettere sulle tante crudeltà che rovinano il mondo e la storia dei popoli», a cui però Gesù risponde con «la sempre più grande misericordia del Padre suo». «Quel violento rifiuto, infatti, non spezza la volontà di Dio, che nella sua infinita giustizia trasforma il male in riscatto: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo” (Mt 21,42; cfr Sal 118,22). Gesù stesso ricorda queste parole del salmo, che celebra l’opera meravigliosa fatta dal Signore: proprio lo scarto diventa il fondamento che sostiene tutto», prosegue il Pontefice.
Scorrendo le annate della storia, non è difficile individuare due gruppi umani: chi, con fatica, cerca di costruire qualcosa e chi, con furia cieca e sacrilega, distrugge i mattoni posati dai costruttori del bene. «Secondo l’immagine usata nella parabola, la vigna da coltivare con giustizia è la Chiesa, che costruiamo o danneggiamo con le nostre scelte. A questo riguardo, proprio oggi, nell’ottavo centenario della morte, desidero ricordare un operaio che ha lavorato con gran frutto nella vigna del Signore: San Francesco d’Assisi, al quale Gesù stesso chiese di riparare la sua Chiesa. Ispirato dal Crocifisso, Francesco edificò anzitutto la propria vita sul fondamento di Cristo, condividendone la povertà, la letizia e le sofferenze, fino al mistico segno delle stigmate. Uomo di preghiera ardente, pieno di carità verso tutti, fu esempio per i primi frati che condivisero la sua ascesi come autentica condizione per la riforma della Chiesa», allora come oggi.
Nel XIII secolo molti erano convinti che l’edificio spirituale, ma soprattutto canonico e “materiale” della Chiesa dovesse essere riformato con abbattimenti radicali, che l’avrebbero snaturato, invece «san Francesco l’ha riparata in virtù della fede nel Signore Gesù, sanando le crepe della discordia con la testimonianza dell’amore fraterno» in perfetta comunione con la Sede apostolica. In questo modo «il carisma di san Francesco porta frutto ancora oggi, dopo otto secoli: lo testimoniano non solo la grande e vivace famiglia francescana, ma i molti doni che la sua eredità spirituale diffonde nel Popolo di Dio. Mentre dunque celebriamo l’anno giubilare francescano, chiediamo con perseveranza il dono della pace e impegniamoci sinceramente a costruire la concordia fra i popoli».
Giusto «domenica scorsa, a Lourdes, ho invitato a pregare il Rosario, durante questo mese di ottobre, con la speciale intenzione che cessino le guerre e si costruisca la pace. Fra i primi a farlo sono stati i bambini, e lo stanno facendo: dal 1° al 7 ottobre la Fondazione “Aiuto alla Chiesa che soffre” promuove l’iniziativa “Un milione di bambini recita il Santo Rosario”, per la pace e l’unità nel mondo».
Inoltre, «nei prossimi giorni, in occasione del decimo anniversario dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, avrà luogo in Vaticano un incontro a cui ho convocato i Capi delle Chiese Orientali Cattoliche e i Presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo. Sarà un momento di discernimento sinodale, per individuare i passi da compiere per annunciare oggi il Vangelo con le famiglie e le giovani generazioni. Affido alla vostra preghiera questo impegno e soprattutto le famiglie, che, con l’aiuto di Dio, sono segno di speranza e ricchezza inestimabile per la Chiesa e per la società».