In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta». (Lc 10,38-42)
Ogni qualvolta leggiamo o ascoltiamo questo testo del Santo Vangelo rimaniamo un po’ perplessi e ci domandiamo se il Signore chieda a tutti i suoi discepoli di rinunciare all’azione per dedicarsi alla contemplazione. In realtà, la risposta di Nostro Signore alla protesta di Marta non condanna in alcun modo l’azione, sia essa lo svolgimento dei doveri del proprio stato o l’apostolato laicale negli immensi spazi dove esso va praticato, ma denuncia le malattie di un’azione disordinata. Esse sono essenzialmente tre. In primo luogo, la fretta che impedisce di vivere il momento presente, “la rivelazione continua di Dio all’anima”, secondo l’autore del Trattato sull’Abbandono alla Provvidenza, al quale fa eco Santa Teresina di Lisieux: «Io non voglio che il momento presente: mi dimentico del passato e mi guardo bene dal prendere in considerazione l’avvenire»; in secondo luogo, l’inquietudine che impedisce la stabilità e la tranquillità in cui l’anima può essere sensibile e docile all’ispirazione divina; in terzo luogo, il sovvertimento della giusta gerarchia: prima la contemplazione e la preghiera, dopo l’azione, mai il contrario. Nelle parole del Signore c’è tanta saggezza: “molte cose” riempiono – e non potrebbe essere diversamente – la vita. Per evitare la dispersione in esse, occorre una progressiva semplificazione e la reductio ad unum che coincidono con il perseguimento dello scopo della vita: la propria santificazione in vista della gloria. Senza questa attitudine, la frammentazione interiore sarà inevitabile con il corteo di disagi psicologici tipici della nostra età: dalla frenesia all’insoddisfazione, dall’ansia alla superficialità. Ci viene in aiuto la dottrina della santa indifferenza insegnata da santi del calibro di di Francesco di Sales e Ignazio di Loyola che scrive: «non vogliamo più salute che malattia, ricchezza che povertà, onore che disonore, vita lunga che breve, e così va di tutto il resto; solamente desiderando e scegliendo quello che più ci conduce al fine per cui siamo stati creati».