Insegnando nel tempio, Gesù diceva: “Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo: Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi. Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?”. E la folla numerosa lo ascoltava volentieri (Mc 12,35-37).
Ancora una volta il Vangelo ci dà notizia della crescente ammirazione popolare verso Gesù che con il suo insegnamento manifesta la novità della dottrina tramandata da scribi e farisei. In effetti, la numerosa folla non si sente di staccarsi dalla sua predicazione trovandosi pienamente a suo agio nell’ascoltarlo anche quando spiazza tutti con la presentazione della vera figura del Messia. Questi fu chiamato dal re Davide “mio Signore” nella sua preghiera ispirata: “Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi” (Sal 110,1). Con questa puntualizzazione Gesù stabilisce l’origine soprannaturale e la dignità del Messia correggendo l’interpretazione giudaica nazionalistica e terrena, priva di alcun fondamento. La regalità divina ha come suo campo d’azione le menti e i cuori umani, dunque è contemporaneamente spirituale e sociale, com’è la stessa vita degli uomini e delle donne nella dimensione individuale e in quella sociale, secondo la vasta gamma delle loro relazioni e degli ambiti operativi. Nulla deve essere lasciato al di fuori della salutare influenza della regalità di Cristo che non toglie niente a nessuno, ma dona a tutti la grazia della sua piena umanità. Cristo Re, Nostro Signore, si propone come uno che sta alla porta e bussa (cfr. Ap 3,20). Il che significa che tutti abbiamo urgente bisogno di aprirgli la porta e cenare con Lui per ricevere il sempre necessario alimento della sua grazia, lungi dalla vana illusione dell’auto salvezza, sempre più notoriamente fallimentare. Questa certezza della nostra fede fa nascere le civiltà cristiane nel tempo grazie all’impegno missionario di presbiteri, frati, suore e laici sparsi nel mondo, nei piccoli e grandi insediamenti umani. Nonostante la pressione rivoluzionaria moderna e contemporanea, minacciosa e molto pericolosamente larvata, cattolici e persone di buona volontà continuiamo a combattere per difendere e instaurare le società umane a misura d’uomo e secondo il piano di Dio, preparando il nuovo avvento del regno dei Sacri Cuori esplicitamente promesso dalla Madonna che ne ha indicato anche le condizioni. La battaglia è sempre valida ed entusiasmante alla luce della Dottrina sociale della Chiesa che puntualmente, anche nel frangente attuale, ci indica le coordinate dell’apostolato sociale da concretizzare.
A riguardo, oggi, con rinnovata consapevolezza, poniamo attenzione a quanto scritto da Papa Leone XIV nella sua prima Enciclica: “Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo –, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico. Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati. Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo. Nell’Apocalisse, Giovanni vede la nuova Gerusalemme «scendere dal cielo, da Dio» (Ap 21,2) come dono per tutta l’umanità. E questa visione di grazia è per noi cristiani una chiamata a lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle “città” di oggi” (MH 10).