Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti, non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno. [Cristo, infatti,] nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono. (Eb 4, 14-16; 5, 7-9)
Nel giorno in cui la Chiesa non celebra la Santa Messa ma commemora con profonda pietà la Passione e la Morte del Signore, nella liturgia viene proclamato questo brano della Lettera agli Ebrei, un testo molto originale del Nuovo Testamento, composto da un cristiano proveniente dal Giudaismo, molto colto, probabilmente vivente nella comunità giudaica di Alessandria d’Egitto, che intende rincuorare quei sacerdoti giudei che avevano aderito al Cristianesimo e che, durante la persecuzione promossa da Erode Agrippa, erano scoraggiati al punto da voler “tornare indietro” e apostatare. L’autore mostra come Nostro Signore Gesù Cristo è il Sacerdote, unico, sommo, eterno perché – resosi sulla Croce vittima e altare – ha offerto al Padre il Sacrificio della sua volontà in spirito di perfetta obbedienza. La sua è stata un’obbedienza piena di amore per il Padre e per gli uomini che ha reso le torture fisiche e morali alle quali fu sottoposto – “ciò che patì”, secondo l’espressione dell’autore dello scritto che meditiamo – apportatrici di purificazione dai peccati degli uomini di tutti i tempi ed erogatrici della Grazia che sgorga incessantemente nella vita della Chiesa. Un biblista salesiano che ha trascorso la sua vita in Terra Santa, in uno dei suoi felici volumetti di formazione biblica, riassume così il Mistero della Passione del Signore, mettendo queste parole in bocca a Giovanni l’Apostolo, testimone della Crocifissione: «un universo di dolore sorretto dalla forza infinita dell’amore. Così il Maestro ci salvò». A noi credenti il compito non solo di contemplare questo mistero e di meditarlo in quello spirito di raccoglimento che solo il Venerdì Santo custodisce, ma di assumere il proposito di imitare Nostro Signore nell’accoglienza della sofferenza come una “scuola” di vita e di santità. Già un antico drammaturgo greco, Eschilo, nel coro dell’Agamennone aveva dichiarato: “páthei máthos”, ossia solo dal dolore scaturiscono lezioni di vita che non potremmo mai imparare altrimenti. Sì, il dolore vissuto con Cristo, diventa dolore con Cristo per apprendere l’umiltà della nostra condizione umana e la scelta sublime di vivere donando tutto di noi stessi.