Un’icona piena di luce

Domenica 1 marzo 2026. Battesimo e Trasfigurazione di Cristo hanno in comune una manifestazione particolare della divinità di Gesù e della stessa voce del Padre, che dall’alto addita Colui che vince le tenebre del peccato. Tenebre che si fanno di nuovo minacciose in queste ore di forte tensione internazionale, per le quali il Papa invita a pregare e a ricostruire vie di dialogo tra le parti

di Michele Brambilla

Papa Leone XIV evidenzia, nell’Angelus del 1° marzo, che «oggi il Vangelo della liturgia compone per tutti noi un’icona piena di luce, narrando la Trasfigurazione del Signore», un episodio che ha molti parallelismi con un’altra pagina evangelica, quella del Battesimo di Cristo.

Infatti, «come nel giorno del battesimo al Giordano, così anche oggi sul monte sentiamo la voce del Padre, che proclama: “Questi è il Figlio mio, l’amato”, mentre lo Spirito Santo avvolge Gesù di una “nube luminosa” (Mt 17,5)», segno chiaro ed inequivocabile, fin dall’Antico Testamento, della presenza di Dio. Il Papa sottolinea che «quando si fa vedere, il Signore mostra la sua eccedenza al nostro sguardo: davanti a Gesù, il cui volto brilla “come il sole” e le cui vesti diventano “candide come la luce” (cfr Mt 17,2), i discepoli ammirano lo splendore umano di Dio».

L’obbiettivo di Gesù, però, non è “dare spettacolo”: è una sorta di «solenne confidenza», nella quale «anticipa la luce della Pasqua, evento di morte e di risurrezione, di tenebra e di luce nuova che Cristo irradia su tutti i corpi flagellati dalla violenza, sui corpi crocifissi dal dolore, sui corpi abbandonati nella miseria. Infatti, mentre il male riduce la nostra carne a merce di scambio o a massa anonima, proprio questa stessa carne risplende della gloria di Dio», impressa in noi fin dalle origini, oscurata dal peccato e ora “rivitalizzata” dal Battesimo e dagli altri Sacramenti. «Il Redentore trasfigura così le piaghe della storia»: anche noi, un giorno, risplenderemo della stessa luce se, tra le tenebre di quaggiù, saremo stati testimoni della luce del Signore. 

«Alla disperazione dell’ateismo» “umanistico”, che imputa a Dio il silenzio sul male nel mondo, «il Padre risponde con il dono del Figlio Salvatore», che condivide fino in fondo la nostra sorte mortale. Lo Spirito Santo risponde al solipsismo dell’agnosticismo «offrendo una comunione eterna di vita e di grazia». Inoltre, «davanti alla nostra debole fede, sta l’annuncio della risurrezione futura: ecco quel che i discepoli hanno visto nel fulgore di Cristo, ma per capirlo occorre tempo (cfr Mt 17,9). Tempo di silenzio per ascoltare la Parola, tempo di conversione per gustare la compagnia» di un Signore che non evita la croce, ma la trasforma in principio di vita nuova.

Dopo la preghiera mariana il Pontefice si concentra su due punti divenuti nuovamente incandescenti sul mappamondo. Anzitutto «seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran, in queste ore drammatiche. La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile». Tutte le parti coinvolte hanno «la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile». 

A Leone XIV non è sfuggito neppure che giungono «notizie preoccupanti di scontri tra Pakistan e Afghanistan. Elevo la mia supplica per un ritorno urgente al dialogo. Preghiamo insieme, affinché prevalga la concordia in tutti i conflitti nel mondo. Solo la pace, dono di Dio, può sanare le ferite tra i popoli».

In piazza S. Pietro, tra i tanti pellegrini, si intravedono i camerunensi che vivono a Roma, «accompagnati dal Presidente della Conferenza Episcopale» del Camerun, tra le prime tappe dell’annunciato viaggio del Pontefice in Africa, che avrà luogo dopo Pasqua. 

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