Domenica 18 gennaio 2026. Il Signore non ci stupisce con gli “effetti speciali”, ma resta sempre con noi: è Lui il Messia che dobbiamo seguire per avere davvero successo nella vita
di Michele Brambilla
«Oggi il Vangelo (cfr Gv 1,29-34) ci parla» ancora «di Giovanni il Battista, che riconosce in Gesù l’Agnello di Dio, il Messia», usando parole che sono entrate nella liturgia (Gv 1,29: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo»), dice Papa Leone XIV nell’Angelus del 18 gennaio. «Giovanni riconosce in Gesù il Salvatore, ne proclama la divinità e la missione al popolo d’Israele e poi si fa da parte, esaurito il proprio compito», che era quello di introdurre il Messia: ora sarà Lui stesso a parlare.
Certamente «il Battista è un uomo molto amato dalle folle, al punto da essere temuto dalle autorità di Gerusalemme (cfr Gv 1,19). Sarebbe stato facile per lui sfruttare questa fama» per continuare ad essere influente nel panorama israelitico del tempo, «invece non cede per nulla alla tentazione del successo e della popolarità. Davanti a Gesù, riconosce la propria piccolezza e fa spazio alla grandezza di Lui. Sa di essere stato mandato a preparare la via al Signore (Mc 1,3; cfr Is 40,3), e quando il Signore viene, con gioia e umiltà ne riconosce la presenza e si ritira dalla scena», dando una lezione a questo nostro mondo malato di protagonismo, in cui «all’approvazione, al consenso, alla visibilità viene data spesso un’importanza eccessiva, tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli stati d’animo delle persone, da causare sofferenze e divisioni, da produrre stili di vita e di relazione effimeri, deludenti, imprigionanti. In realtà, non abbiamo bisogno di questi “surrogati di felicità”. La nostra gioia e la nostra grandezza non si fondano su illusioni passeggere di successo e di fama, ma sul saperci amati e voluti dal nostro Padre che è nei cieli» quotidianamente.
Le “star” del nostro mondo passano, invecchiano: Gesù, invece, ci resta sempre accanto. L’amore di cui ci parla il Signore è «quello di un Dio che ancora oggi viene tra noi non a stupirci con effetti speciali, ma a condividere la nostra fatica e a prendere su di sé i nostri pesi, rivelandoci chi siamo realmente e quanto valiamo ai suoi occhi». Allora «non lasciamoci trovare distratti al suo passaggio. Non sprechiamo tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza. Impariamo da Giovanni il Battista a mantenere vigile lo spirito, amando le cose semplici e le parole sincere, vivendo con sobrietà e profondità di mente e di cuore, accontentandoci del necessario e trovando possibilmente ogni giorno un momento speciale, in cui fermarci in silenzio a pregare, riflettere, ascoltare, insomma a “fare deserto”, per incontrare il Signore e stare con Lui».
A proposito di preghiera, «inizia oggi la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Le origini di questa iniziativa risalgono a due secoli fa, e il Papa Leone XIII l’ha molto incoraggiata. Proprio cent’anni fa, per la prima volta, vennero pubblicati “Suggerimenti per l’Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani”. Il tema di quest’anno è tratto dalla Lettera agli Efesini: “Un solo corpo e un solo Spirito, come una sola è la speranza a cui siete stati chiamati” (Ef 4,4)», come ci ha ricordato il Giubileo appena trascorso.
Leone XIV, sempre in continuità con Papa Pecci, grande restauratore di rapporti diplomatici nel contesto storico della “Belle Epoque” ed attento esegeta delle trasformazioni sociali del suo tempo, rammenta che «questo nostro impegno per l’unità si deve accompagnare coerentemente con quello per la pace e per la giustizia nel mondo. Oggi desidero ricordare in particolare le grandi difficoltà che soffre la popolazione dell’est della Repubblica Democratica del Congo, costretta a fuggire dal proprio Paese, specialmente verso il Burundi, a causa della violenza». La crisi umanitaria è stata aggravata dalle recenti alluvioni.