Rileggere il Concilio Vaticano II per comprenderlo davvero

Mercoledì 7 gennaio 2026. Inizia un nuovo, importantissimo ciclo di catechesi, in cui Leone XIV, ricollegandosi all’esegesi dei predecessori, spiegherà il Concilio Vaticano II documento per documento. Fin da subito ne mette in luce l’invito costante alla nuova evangelizzazione, puntualizzando che il Concilio Vaticano II non ha solo un valore pastorale, ma ha espresso contenuti dottrinali ineludibili, frutto di una lunga maturazione

di Michele Brambilla

Terminato il Giubileo, con l’udienza del 7 gennaio Papa Leone XIV inaugura un nuovo ciclo di catechesi, «che sarà dedicato al Concilio Vaticano II e alla rilettura dei suoi Documenti. Si tratta di un’occasione preziosa per riscoprire la bellezza e l’importanza di questo evento ecclesiale» così come lo presenta e lo interpreta il Magistero della Chiesa. Il Papa lo fa sull’esempio di san Giovanni Paolo II (1978-2005), che al termine del Giubileo del 2000 «affermava così: “Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX” (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 57)». Il Concilio Vaticano II (1962-65) è infatti la bussola che deve guidare la Chiesa verso la nuova evangelizzazione: Leone XIV lo ricorda citando anche Benedetto XVI (2005-13), per il quale i documenti conciliari «non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata» (Primo messaggio dopo la Messa con i Cardinali elettori, 20 aprile 2005). 

Proseguendo nella sua ricostruzione storica, Papa Prevost rammenta che san Giovanni XXIII (1958-63), aprendo il Concilio l’11 ottobre 1962, «ne parlò come dell’aurora di un giorno di luce per tutta la Chiesa. Il lavoro dei numerosi Padri convocati, provenienti dalla Chiese di tutti i continenti, in effetti spianò la strada per una nuova stagione ecclesiale» non solo dal punto di vista pastorale, dato che nell’aula conciliare avvenne anche una maturazione teologica. «Dopo una ricca riflessione biblica, teologica e liturgica che aveva attraversato il Novecento, il Concilio Vaticano II ha riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama  a essere suoi figli; ha guardato alla Chiesa alla luce del Cristo, luce delle genti, come mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo; ha avviato un’importante riforma liturgica mettendo al centro il mistero della salvezza e la partecipazione attiva e consapevole di tutto il Popolo di Dio. Al tempo stesso, ci ha aiutati ad aprirci al mondo e a cogliere i cambiamenti e le sfide dell’epoca moderna nel dialogo e nella corresponsabilità, come una Chiesa che desidera aprire le braccia verso l’umanità, farsi eco delle speranze e delle angosce dei popoli e collaborare alla costruzione di una società più giusta e più fraterna»: a grandi linee, sono qui riassunti i contenuti delle principali costituzioni conciliari.

Nel Concilio Vaticano II, riflettendo su se stessa, «la Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio» (S. Paolo VI, Lett. enc. Ecclesiam suam, 67) in una ricerca che non è fine a se stessa, ma mira ad una maggiore santificazione. «Mons. Albino Luciani, futuro Papa Giovanni Paolo I, da Vescovo di Vittorio Veneto, all’inizio del Concilio scrisse profeticamente: “Esiste come sempre il bisogno di realizzare non tanto organismi o metodi o strutture, quanto santità più profonda ed estesa. […] Può darsi che i frutti ottimi e copiosi di un Concilio si vedano dopo secoli e maturino superando faticosamente contrasti e situazioni avverse” (A. Luciani – Giovanni Paolo I, Note sul Concilio, in Opera omnia, vol. II, Vittorio Veneto 1959-1962. Discorsi, scritti, articoli, Padova 1988, 451-453)», come non si può negare che sia accaduto anche in quella occasione. «Riscoprire il Concilio, dunque, come ha affermato Papa Francesco, ci aiuta a “ridare il primato a Dio e a una Chiesa che sia pazza di amore per il suo Signore e per tutti gli uomini, da lui amati” (Omelia nel 60° anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 2022)», nell’ottica indicata già a suo tempo da san Paolo VI. 

Una delle grandi difficoltà del post-concilio è stata la guerra delle ermeneutiche: Leone XIV la risolve riconducendo gli ascoltatori alle parole originali di Papa Montini, che l’8 dicembre 1965, al momento di concludere il Concilio, «affermò che era giunta l’ora della partenza, di lasciare l’assemblea conciliare per andare incontro all’umanità e portarle la buona novella del Vangelo, nella consapevolezza di aver vissuto un tempo di grazia in cui si condensavano passato, presente e futuro», in perfetta continuità con la tradizione ecclesiale e nella direzione di una nuova evangelizzazione del mondo contemporaneo. 

Nel Concilio Vaticano II vediamo quindi «il passato: perché è qui riunita la Chiesa di Cristo, con la sua tradizione, la sua storia, i suoi Concili, i suoi Dottori, i suoi Santi. […] Il presente: perché noi ci lasciamo per andare verso il mondo di oggi, con le sue miserie, i suoi dolori, i suoi peccati, ma anche con le sue prodigiose conquiste, i suoi valori, le sue virtù. […] L’avvenire, infine, è là, nell’appello imperioso dei popoli ad una maggiore giustizia, nella loro volontà di pace, nella loro sete cosciente o incosciente di una vita più alta: quella precisamente che la Chiesa di Cristo può e vuole dar loro» (S. Paolo VI, Messaggio ai Padri conciliari, 8 dicembre 1965). Pertanto, aggiunge l’attuale Pontefice, «accostandoci ai Documenti del Concilio Vaticano II e, riscoprendone la profezia e l’attualità, accogliamo la ricca tradizione della vita della Chiesa e, allo stesso tempo, ci interroghiamo sul presente e rinnoviamo la gioia di correre incontro al mondo per portarvi il Vangelo del regno di Dio, regno di amore, di giustizia e di pace». 

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