Mercoledì 28 gennaio 2026. La Dei Verbum spiega il rapporto strettissimo e inscindibile tra Scrittura e tradizionale ecclesiale, che assieme, ma in rapporto gerarchico, formano il depositum affidato per sempre alla Chiesa. C’è però un qualcosa, dice il Papa, che non merita alcuna perpetuazione, né nella Chiesa, né nella società civile: l’antisemitismo, contro il quale Leone XIV pronuncia una condanna inappellabile
di Michele Brambilla
L’udienza del 28 gennaio continua il ciclo sulla Dei Verbum, soffermandosi «sul rapporto tra la Sacra Scrittura e la Tradizione». Per inquadrarlo, Papa Leone XIV fa due citazioni evangeliche: «Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. […] Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 14,25-26; 16,13); «Andate e fate discepoli tutti i popoli, […] insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20).
«In entrambe queste scene è evidente il nesso intimo tra la parola pronunciata da Cristo e la sua diffusione lungo i secoli»: perché le parole di Gesù, pronunciate in un tempo e in un luogo delimitati, raggiungessero le persone di tutti i secoli successivi, ne occorreva una trasmissione fedele e garantita da parte della comunità dei discepoli. «È ciò che il Concilio Vaticano II afferma ricorrendo a un’immagine suggestiva: “La sacra Scrittura e la sacra Tradizione sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine” (Dei Verbum, 9)». La Tradizione dipende quindi dalla Scrittura e il legame è talmente intrecciato che l’una non può stare senza l’altra: si rischierebbero degli “errori di decodifica” che renderebbero irriconoscibile il messaggio originario. Lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che «la Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali» (n.113).
Come e chi garantisce che quello che viene trasmesso sia davvero fedele alle parole e alla volontà del Signore? Il Signore stesso, ovvero lo Spirito Santo (Terza Persona della SS. Trinità), dato in dono perpetuo alla Chiesa pellegrinante. «Famosa è, al riguardo, l’espressione di San Gregorio Magno: “La Sacra Scrittura cresce con coloro che la leggono” (Homiliae in Ezechielem I, VII, 8: PL 76, 843D). E già Sant’Agostino aveva affermato che “uno solo è il discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Scrittura e uno solo è il Verbo che risuona sulla bocca di tanti santi” (Enarrationes in Psalmos 103, IV, 1)»: non è il Vangelo che cambia, ma la Chiesa che lo comprende sempre meglio con l’assistenza dello Spirito Santo. Non ha quindi senso stilare confronti tra un presunto “prima” e un altrettanto presunto “dopo”: la Tradizione non conosce alcuna cesura storica e continua a parlare per tramite dei legittimi pastori della Chiesa. Leone XIV cita anche «il santo Dottore della Chiesa John Henry Newman, nella sua opera dal titolo Lo sviluppo della dottrina cristiana. Egli affermava che il cristianesimo, sia come esperienza comunitaria, sia come dottrina, è una realtà dinamica, nel modo indicato da Gesù stesso con le parabole del seme (cfr Mc 4,26-29): una realtà viva che si sviluppa grazie a una forza vitale interiore» inestinguibile, che le viene proprio dalla presenza costante e indefettibile dello stesso Signore.
Comprendiamo, allora, le parole di san Paolo, quando scrive: «O Timoteo, custodisci il deposito che ti è stato affidato» (1Tm 6,20; cfr 2Tm 1,12-14). La parola latina depositum è impiegata anche dalla Dei Verbum laddove ribadisce che «“La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa”, interpretato dal “magistero vivo della Chiesa la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo”» (n.10). Quindi «il “deposito” della Parola di Dio è anche oggi nelle mani della Chiesa e noi tutti, nei diversi ministeri ecclesiali, dobbiamo continuare a custodirlo nella sua integrità, come una stella polare per il nostro cammino nella complessità della storia e dell’esistenza».
Questa udienza si svolge provvidenzialmente nella ricorrenza di san Tommaso d’Aquino, che rimane una pietra miliare nello studio e nella trasmissione della dottrina cattolica nella sua interezza: è il Papa stesso a ricordarlo più volte, in particolare nell’indirizzo ai pellegrini tedeschi («San Tommaso d’Aquino, di cui oggi celebriamo la memoria liturgica, con le sue opere ci aiuta a comprendere sempre meglio la Rivelazione divina. L’esempio di questo Dottore della Chiesa sproni anche noi a cercare il volto di Dio, sperimentando la bellezza della Fede»). Come è noto, il più clamoroso divorzio tra Scrittura e Tradizione si è consumato proprio nelle loro terre. Rivolgendosi, poi, ai molti studenti presenti, il Pontefice invita a prendere l’Aquinate come modello di studioso che ha riconosciuto «Gesù come autentico maestro di vita e santità».
Per il Papa c’è però un qualcosa che non merita alcuna perpetuazione, né nella Chiesa né nella società, né nello spazio né, tantomeno, nel tempo: l’antisemitismo con le sue conseguenze genocidarie. Evidenziando egli stesso che è appena trascorsa la Giornata della Memoria (27 gennaio), Leone XIV chiede «all’Onnipotente il dono di un mondo senza più antisemitismo e senza più pregiudizio, oppressione e persecuzione per alcuna creatura umana. Rinnovo il mio appello alla comunità delle Nazioni affinché sia sempre vigilante, così che l’orrore del genocidio non si abbatta più su alcun popolo e si costruisca una società fondata sul rispetto reciproco e sul bene comune».