In quel tempo uno della folla gli disse: “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”. Ma egli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. E disse loro: “Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. Poi disse loro una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio” (Lc 12,13-21).
L’esecranda o miserabile cupidigia del denaro, l’ “auri sacra fames!” tristemente famosa nel mondo pagano (cfr. Eneide, III.56-57) era moderata in Israele dai rabbini che avevano anche il compito di intervenire nelle spinose questioni ereditarie parentali. Gesù fa capire, a chi ricorre alla sua attraente autorità morale, che non è stato mandato per dirimere tali controversie, bensì per correggere la mentalità meramente materialista che pericolosissimamente impedisce alle persone, tra l’altro, anche il retto uso dei beni materiali facendoli considerare erroneamente sorgente della vita: “Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. Com’è solito fare, illustra anche questa grande verità con una sua parabola nella quale smaschera la sicumera del ricco insensato che fa dipendere la sicurezza della sua vita dall’accumulo dei beni materiali posseduti. Non è importante arricchirsi di potenza, prestigio e fama in questa vita davanti agli uomini, senza la primaria attenzione ad arricchirsi presso Dio. Certamente le due prospettive non sono necessariamente in contrasto, ma solo se si raccoglie l’insegnamento di Gesù che ci ha dato l’esempio, con la sua scelta di essere povero, a non riporre la nostra felicità nelle ricchezze, negli onori e nei piaceri della vita. A queste condizioni, anche i beni terreni donati dalla divina Provvidenza, ossia guadagnati non illecitamente, ma in onestà e rettitudine, potranno servire per la vita eterna che è sempre l’obiettivo primario e la meta da conseguire. Per questo noi cristiani, nella partecipazione alla S.Messa, chiediamo la grazia di saperci rinnovare nella fede e nella speranza in attesa della venuta di Cristo Re dei nostri cuori e della storia per il duplice giudizio individuale e universale.
A riguardo, secondo gli insegnamenti di Gesù, il pensiero della morte è sempre meno funesto, anzi diventa una consolante e incoraggiante meditazione su come vivere da veri convertiti la nostra vita cristiana quotidiana attenti alla necessaria riforma per mettere in pratica con fedeltà e amore i nostri propositi o le nostre risoluzioni. In questo percorso troviamo puntuale e concretamente illuminante l’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica: 1010. Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). «Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui» (2 Tm 2,11). Qui sta la novità essenziale della morte cristiana: mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente «morto con Cristo», per vivere di una vita nuova; e se noi moriamo nella grazia di Cristo, la morte fisica consuma questo «morire con Cristo» e compie così la nostra incorporazione a lui nel suo atto redentore: «Per me è meglio morire per Gesù Cristo, che essere re fino ai confini della terra. Io cerco colui che morì per noi; io voglio colui che per noi risuscitò. Il momento in cui sarò partorito è imminente…Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là sarò veramente un uomo».
1011 Nella morte, Dio chiama a sé l’uomo. Per questo il cristiano può provare nei riguardi della morte un desiderio simile a quello di san Paolo: «il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo» (Fil 1,23); e può trasformare la sua propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull’esempio di Cristo:“Ogni mio desiderio terreno è crocifisso; […] un’acqua viva mormora dentro di me e interiormente mi dice: “Vieni al Padre!” ».«Voglio vedere Dio, ma per vederlo bisogna morire».«Non muoio, entro nella vita».
1012 La visione cristiana della morte è espressa in modo impareggiabile nella liturgia della Chiesa: «Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo».