Lunedì, 17 agosto 2026

In quel tempo, un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!». Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze. (Mt 19,16-22)


Questo testo del Vangelo non cessa di interpellarci. Infatti, anche noi, come il “tale” che si avvicina al Signore, pratichiamo, pur con tutte le nostre infedeltà e le nostre imperfezioni, i comandamenti, ma ci sembra di mancare alla tensione verso la perfezione perché possediamo le nostre ricchezze, modeste o copiose che esse siano. Predica, forse, il Signore quel pauperismo che, di tanto in tanto, movimenti eterodossi hanno esigito dai credenti? Sembra proprio di no, se lo stesso Signore godeva dei beni materiali della sua famiglia a Nazareth, non certamente esigui in considerazione della professione di Giuseppe, e, durante la sua attività pubblica, di quelli forniti dalle benefattrici di cui parla San Luca al capitolo VIII del suo Vangelo. Il consiglio che il Signore dà a quel tale è una forma specifica di vita cristiana, abbracciata da chi sceglie la povertà – differente dalla miseria – per vocazione divina. Ai credenti tutti, invece, è chiesto un uso evangelico dei beni materiali che, tra l’altro, già i filosofi pagani avevano intuito e insegnato: non bisogna attaccare il cuore ai beni materiali, diventando schiavi di essi, in una ricerca affannata di un loro incremento che tolga la pace del cuore, imponga la rinuncia ai beni dello spirito, provochi gesti di slealtà verso il prossimo, si chiuda alla condivisione. Questa attitudine è un brutto vizio: l’avidità che si sposa spesso con l’avarizia, uno dei sette vizi capitali. Del resto, proprio al principio della meravigliosa storia del Cristianesimo, in una città opulenta del mondo antico, Alessandria d’Egitto, uno dei Padri della Chiesa, Clemente di Alessandria, nella sua celebre operetta intitolata Quis dives salvetur, commentò questo episodio affermando, tra l’altro: «Bisogna spogliare l’anima stessa dalle sue passioni interne, tagliare via dalle radici i desideri estranei alla retta ragione. Questa è la povertà propria del discepolo di Cristo». Non solo: è importante che nelle parole di Cristo si parli di “perfezione”. Dunque, nella vita cristiana ci sono diversi livelli di progresso. Non ci si può mai fermare nell’avanzamento della fede e delle altre virtù. San Bernardo dichiarava che, nella vita cristiana, ogni indugio o sosta era in realtà un regresso. Sant’Ignazio, grande maestro, ha indicato nel plus l’impegno quotidiano da immettere nel proprio esercizio spirituale.

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