Martedì 6 gennaio 2026, Festa dell’Epifania. C’è tutta una cultura che si costituisce in antitesi al Vangelo e diffonde volutamente il buio e la morte. Il Signore Gesù ci chiede, quindi, di impegnarci a testimoniare una visione del mondo basata sul suo annuncio luminoso, che ha a cuore i più piccoli e costruisce comunione tra gli uomini
di Michele Brambilla
Nell’omelia della Messa del 6 gennaio, per la chiusura della Porta Santa di S. Pietro, Papa Leone XIV mette in luce una particolare antitesi: c’è chi ha saputo accogliere il Bambino di Betlemme e chi, invece, ha manifestato fin da subito la sua ostilità. «Ogni volta che si tratta delle manifestazioni di Dio, la Sacra Scrittura non nasconde questo tipo di contrasti: gioia e turbamento, resistenza e obbedienza, paura e desiderio», commenta infatti il Pontefice.
«Sorprende il fatto che ad essere turbata sia proprio Gerusalemme, città testimone di tanti nuovi inizi. Al suo interno, proprio chi studia le Scritture e pensa di avere tutte le risposte sembra aver perso la capacità di porsi domande e di coltivare desideri», così come tanti intellettuali della nostra epoca. La sete di Dio, però, non si è mai spenta e proprio «la Porta Santa di questa Basilica, che, ultima, oggi è stata chiusa, ha conosciuto il flusso di innumerevoli uomini e donne, pellegrini di speranza, in cammino verso la Città dalle porte sempre aperte, la Gerusalemme nuova (cfr Ap 21,25)». «Sì, i Magi esistono ancora. Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare», senza lasciarsi scoraggiare o intimidire da una cultura “alternativa” che calpesta l’uomo e riduce il suo orizzonte al profitto immediato. Come ripete il Papa, «amare la pace, cercare la pace, significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo, delicato, fragile come un bambino». L’Epifania, come il Giubileo, ci spinge a rimettere in carreggiata il mondo, facendo germogliare ovunque il Regno di Dio.
L’Angelus, pronunciato eccezionalmente dalla loggia centrale di S. Pietro, come nelle massime solennità dell’anno, insiste su questi toni e rimarca che «inginocchiarsi come i Magi davanti al Bambino di Betlemme significa, anche per noi, confessare di avere trovato la vera umanità, in cui risplende la gloria di Dio. In Gesù è apparsa la vera vita, l’uomo vivente, ossia quel non esistere per sé stessi, ma aperti e in comunione, che ci fa dire: “come in cielo così in terra” (Mt 6,10). Sì, la vita divina è alla nostra portata, si è manifestata, per coinvolgerci nel suo dinamismo liberante che scioglie le paure e ci fa incontrare nella pace».
L’impegno per il Regno è “totale”: come ci insegnano i Magi, «dona molto chi dona tutto. Ricordiamo quella povera vedova, notata da Gesù, che aveva gettato nel tesoro del Tempio le sue ultime monetine, tutto quello che aveva (cfr Lc 21,1-4). Non sappiamo che cosa possedessero i Magi, venuti dall’oriente, ma il loro partire, il loro rischiare, i loro stessi doni ci suggeriscono che tutto, davvero tutto ciò che siamo e possediamo, chiede di essere offerto a Gesù, tesoro inestimabile. E il Giubileo ci ha richiamato a questa giustizia fondata sulla gratuità: esso ha originariamente in sé stesso l’appello a riorganizzare la convivenza, a ridistribuire la terra e le risorse, a restituire “ciò che si ha” e “ciò che si è” ai sogni di Dio, più grandi dei nostri».
«Nei doni dei Magi, allora, vediamo ciò che ognuno di noi può mettere in comune, può non tenere più per sé ma condividere, perché Gesù cresca in mezzo a noi», ribadisce il Santo Padre, che «nella festa dell’Epifania, che è la Giornata Missionaria dei Ragazzi», elogia «tutti i bambini e i ragazzi che, in tante parti del mondo, pregano per i missionari e si impegnano ad aiutare i loro coetanei più svantaggiati».