Domenica 22 marzo 2026. La risurrezione di Lazzaro è il preludio degli eventi pasquali di Cristo
di Michele Brambilla
La lunga pagina di Gv 11,1-45, in cui si narra il miracolo della risurrezione di Lazzaro, «è un segno che parla della vittoria di Cristo sulla morte e del dono della vita eterna, che riceviamo con il Battesimo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1265)», spiega Papa Leone XIV all’inizio dell’Angelus del 22 marzo. Nel rito ambrosiano il Battesimo è richiamato anche dalla prima lettura, Es 14,15-31, in cui si racconta l’attraversamento del Mar Rosso da parte di Israele.
Fondamentale l’auto-definizione di Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,25-26). A Marta, che si lamenta con Gesù perché non sarebbe stato presente al trapasso dell’amico Lazzaro, il Signore ricorda che il male non ha l’ultima parola, tanto più se ci si affida a Colui che sta per morire e risorgere in prima persona. «La Liturgia ci invita così a rivivere in questa luce, nella Settimana Santa ormai imminente, gli eventi della Passione del Signore – l’ingresso a Gerusalemme, l’ultima Cena, il processo, la crocifissione, la sepoltura – per coglierne il senso più autentico e aprirci al dono di grazia che racchiudono»: non a caso in molte chiese di rito romano si procede proprio in questa domenica alle tradizionali “velazioni” delle statue, affinché gli occhi del fedele siano puntati con decisione e senza distrazioni verso il Crocifisso. «È infatti in Cristo Risorto, vincitore della morte e vivente in noi per la grazia del Battesimo, che tali avvenimenti trovano il loro compimento, per la nostra salvezza e pienezza di vita», insiste infatti il Pontefice.
C’è un’eco di Leone XIII (l’incipit della Rerum novarum) quando Papa Prevost ripete che la grazia di Cristo «illumina questo mondo, che sembra in continua ricerca di novità e di cambiamento, anche a costo di sacrificare cose importanti – tempo, energie, valori, affetti – come se fama, beni materiali, divertimenti, relazioni effimere, potessero riempirci il cuore o renderci immortali». Questa cupiditas di cose sempre nuove «è il sintomo di un bisogno di infinito che ciascuno di noi porta in sé, la cui risposta però non può essere affidata a ciò che passa. Niente di finito può estinguere la nostra sete interiore, perché noi siamo fatti per Dio e non troviamo pace finché non riposiamo in Lui (cfr Confessiones, I, 1.1)», aggiunge l’agostiniano Leone XIV.
«Il racconto della risurrezione di Lazzaro, allora, ci invita a metterci in ascolto di tale profondo bisogno e, con la forza dello Spirito Santo, a liberare i nostri cuori da abitudini, condizionamenti e modi di pensare che, come macigni, ci chiudono nel sepolcro dell’egoismo, del materialismo, della violenza, della superficialità. In questi luoghi non c’è vita, ma solo smarrimento, insoddisfazione e solitudine», quindi «anche a noi Gesù grida: “Vieni fuori!” (Gv 11,43), spronandoci a uscire, rigenerati dalla sua grazia, da tali spazi angusti, per camminare nella luce dell’amore, come donne e uomini nuovi, capaci di sperare e amare sul modello della sua carità infinita, senza calcoli e senza misura».
Ciò che deve essere davvero limitato è la guerra: il Santo Padre continua «a seguire con sgomento la situazione in Medio Oriente, così come in altre regioni del mondo lacerate dalla guerra e della violenza. Non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla sofferenza di così tante persone, vittime inermi di questi conflitti. Ciò che li ferisce, ferisce l’intera umanità», perché «la morte e il dolore provocati da queste guerre sono uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio». Pertanto «rinnovo con forza l’appello a perseverare nella preghiera, affinché cessino le ostilità e si aprano finalmente cammini di pace fondati sul dialogo sincero e sul rispetto della dignità di ogni persona umana».