In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: “Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti”. (Mt 22,1-14)
Le parabole di Nostro Signore riportano storie a volte inverosimili, come quella del re che, di fronte al rifiuto degli invitati di prendere parte al banchetto nuziale in onore del figlio (chi mai rifiuterebbe un simile privilegio?), che giungono persino ad assassinare i servi del monarca, dopo aver distrutto la città del misfatto, chiama degli sconosciuti, buoni e cattivi. È un chiaro ammonimento ai suoi connazionali Giudei che rifiutano di accoglierlo come Messia, descritto dai profeti proprio come un Re e come uno Sposo, e allo stesso tempo è l’annuncio del mistero dell’universalità della Chiesa destinata ad un’accoglienza estesa a ogni popolo. È pure una profezia dell’abbattimento della Città santa di Gerusalemme, ad opera dei Romani, nel 70 d.C. Tuttavia, le parabole, per la stessa natura del genere letterario, precipitano tutte verso la “pointe finale” che induce gli ascoltatori e i lettori a sentirsi personalmente coinvolti nel racconto e “a prendere posizione”. Per prendere parte al banchetto nuziale del Figlio di Dio, alla sua amicizia e alla condivisione della sua vita, bisogna avere un abito, che generalmente veniva donato agli invitati. Si tratta di un importantissimo dettaglio allegorico. Per Sant’Agostino rappresenta la carità. Infatti, neppure la partecipazione ai sacramenti è sufficiente perché la grazia può essere bloccata dalla malizia interiore. I sacramenti, ricevuti con le giuste disposizioni, aumentano la carità verso Dio e il prossimo. Queste le parole del dottore d’Ippona: «Qual è dunque l’abito nuziale? L’apostolo Paolo ci dice: “Il fine del comando è la carità che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera”. Questo è l’abito nuziale. Non una carità qualsiasi ma quella che si eleva all’amore di Dio e del prossimo». Sulla stessa linea interpretativa, si muovono altri Padri, come Gerolamo che dichiara: «L’abito nuziale sono i precetti del Signore e le opere che si compiono secondo la Legge e il Vangelo, che costituiscono la veste dell’uomo nuovo». Sant’Ilario di Poitiers ammonisce che con il Battesimo abbiamo ricevuto una veste candida, simbolo dello Spirito Santo. Il peccato, però, impedisce allo Spirito la sua azione di santificazione. In definitiva, la parabola ci chiede questo: la fede ricevuta va vissuta con coerenza e con un costante impegno di miglioramento.