Domenica 25 gennaio 2026. Il Papa ricorda ai ragazzi dell’Azione Cattolica, giunti a S. Pietro per la Carovana della pace, che il male si vince solo con il bene. E’ un monito per chi pensa che la pace si possa ottenere solo moltiplicando la sofferenza del popolo aggredito, come il Pontefice non manca di far notare a proposito del conflitto russo-ucraino
di Michele Brambilla
Le pagine di Vangelo di queste prime domeniche del Tempo ordinario seguono i primi passi del ministero pubblico di Gesù, osserva Papa Leone XIV in apertura dell’Angelus del 25 gennaio. Il Papa pone l’accento sul fatto che «Gesù diede inizio alla sua predicazione “quando seppe che Giovanni era stato arrestato”» (Mt 4,12).
«Accade dunque in un momento che non sembra quello migliore: il Battista è stato appena arrestato e perciò i capi del popolo sono poco disposti ad accogliere la novità del Messia», ma la parola di Dio non si fa incatenare (2Tm 2,9). Nel martirio di Giovanni si intravede la croce di Cristo. «Anche nella nostra vita personale ed ecclesiale, talvolta a causa delle resistenze interiori o di circostanze che non giudichiamo favorevoli, noi pensiamo che non sia il momento giusto per annunciare il Vangelo, per prendere una decisione, per fare una scelta, per cambiare una situazione», evidenzia il Santo Padre. «Il rischio, però, è quello di rimanere bloccati nell’indecisione o prigionieri di una eccessiva prudenza, mentre il Vangelo ci chiede il rischio della fiducia: Dio è all’opera in ogni tempo e ogni momento è buono per il Signore, anche se non ci sentiamo pronti o la situazione non sembra la migliore» per esporsi.
Gesù stesso non rifiuta il confronto, «rimane comunque in Galilea, un territorio abitato soprattutto da pagani, che per via del commercio è anche una terra di passaggio e di incontri; potremmo dire un territorio multiculturale attraversato da persone con provenienze e appartenenze religiose diverse. In questo modo, il Vangelo ci dice che il Messia viene da Israele, ma supera i confini della propria terra per annunciare il Dio che si fa vicino a tutti». Verrà il giorno del confronto diretto, a Gerusalemme, ma per l’antico esclusivismo giudaico, arcignamente custodito dal Sinedrio, la predicazione in Galilea era già un messaggio sufficientemente dirompente.
In quella che da circa sette anni è stata ribattezzata la “domenica della Parola di Dio” per volontà di Papa Francesco, la Chiesa ripete, per bocca del nuovo Pontefice, che l’annuncio del Vangelo rimane la priorità e, tramite l’esempio della Cafarnao del Vangelo, ricorda l’importanza di una piena libertà religiosa perché l’apostolato cattolico possa dispiegarsi nella maniera più adeguata. Condizioni che non ci sono, ovviamente, nell’attuale Ucraina: il Papa non esita a denunciare che essa «è colpita da attacchi continui, che lasciano intere popolazioni esposte al freddo dell’inverno», anche nei giorni in cui, in teoria, si starebbero facendo dei “passi avanti” nei colloqui di pace. Evidentemente per qualcuno essa non può che coincidere con l’annientamento completo del popolo aggredito. «Il protrarsi delle ostilità, con conseguenze sempre più gravi sui civili, allarga», invece, «la frattura tra i popoli e allontana una pace giusta e duratura. Invito tutti a intensificare ancora gli sforzi per porre fine a questa guerra», chiede nuovamente Leone XIV.
Proprio il 25 gennaio giunge in piazza S. Pietro la tradizionale Carovana della pace dell’Azione Cattolica Ragazzi. «Siate operatori di pace a casa, a scuola, nello sport, dappertutto. Non siate mai violenti, né con le parole né con i gesti», consiglia il Pontefice, perché «il male si vince solo con il bene», come non hanno ancora compreso «in ogni regione dove purtroppo si combatte per interessi che non sono quelli dei popoli».