Mercoledì 8 aprile 2026. Nella santità, che è una chiamata universale, risplende la nostra figliolanza divina. Importante il ruolo esemplare delle congregazioni religiose nell’indirizzare tutta la Chiesa verso la sua meta di gloria
di Michele Brambilla
Per la Lumen gentium, specifica Leone XIV nell’udienza del’8 aprile, è lecito parlare di «universale vocazione alla santità di tutti i fedeli: ognuno di noi è chiamato a vivere nella grazia di Dio, praticando le virtù e conformandosi a Cristo. La santità, secondo la Costituzione conciliare, non è», quindi, «un privilegio per pochi, ma un dono che impegna ogni battezzato a tendere alla perfezione della carità, ossia alla pienezza dell’amore verso Dio e verso il prossimo».
«La carità è, infatti, il cuore della santità alla quale tutti i credenti sono chiamati: infusa dal Padre, mediante il Figlio Gesù, questa virtù “regola tutti mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine” (LG, 42). Il livello più alto della santità, come all’origine della Chiesa, è il martirio, “suprema testimonianza della fede e della carità” (LG, 50): per questo motivo, il testo conciliare insegna che ogni credente dev’essere pronto a confessare Cristo fino al sangue (cfr LG, 42), come è sempre accaduto e accade anche oggi», puntualizza il Papa, per il quale «questa disponibilità alla testimonianza si avvera ogni volta che i cristiani lasciano segni di fede e d’amore nella società, impegnandosi per la giustizia».
«Tutti i Sacramenti, in modo eminente l’Eucaristia, sono nutrimento che fa crescere una vita santa, assimilando ogni persona a Cristo, modello e misura della santità. Egli santifica la Chiesa, della quale è Capo e Pastore: la santità è, in quest’ottica, dono suo, che si manifesta nella nostra vita quotidiana ogni volta che lo accogliamo con letizia e vi corrispondiamo con impegno», come ricordava, dice Leone XIV, anche san Paolo VI ai fedeli proprio nelle settimane in cui venivano messi ai voti molti documenti importantissimi del Concilio Vaticano II (udienza generale del 20 ottobre 1965).
Per tutti questi motivi la Chiesa, intesa nel suo insieme come Corpo mistico di Cristo, è «indefettibilmente santa» (LG, 39), sebbene molti suoi membri siano personalmente perfettibili. Infatti «ciò non significa che lo sia in maniera piena e perfetta, ma che è chiamata a confermare questo dono divino durante il suo pellegrinaggio verso la meta eterna, camminando “fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” (S. Agostino, De civ. Dei 51,2; LG, 8). La triste realtà del peccato nella Chiesa, cioè in tutti noi, invita ciascuno a condurre un serio cambiamento di vita, affidandoci al Signore, che ci rinnova nella carità. Proprio questa grazia infinita, che santifica la Chiesa, ci consegna una missione da compiere giorno dopo giorno» in prima persona.
Se miglioriamo noi, migliora il mondo. In proposito, «un ruolo decisivo è assunto dalla vita consacrata, di cui la Costituzione conciliare tratta nel capitolo sesto (cfr nn. 43-47). Nel popolo santo di Dio essa costituisce un segno profetico del mondo nuovo, sperimentato nel qui ed ora della storia» attraverso la pratica in maniera eminente dei consigli evangelici (povertà, castità, obbedienza). «Conformandosi a questo stile di vita, le persone consacrate testimoniano l’universale vocazione alla santità di tutta la Chiesa, nella forma di una sequela radicale. I consigli evangelici manifestano la partecipazione piena alla vita di Cristo, fino alla croce: è proprio dal sacrificio del Crocifisso che tutti veniamo redenti e santificati», come ci è stato ripetuto nella Settimana Santa.
Ad ascoltare queste parole del Pontefice sono giunti in pellegrinaggio molti ragazzini delle diocesi di Milano, Cremona e Treviso: anche per loro l’esortazione è a «testimoniare con l’entusiasmo e la generosità proprie della vostra giovane età la fedeltà al Vangelo seguendo sempre Cristo, Via, Verità e Vita».
Dai Paesi in guerra arrivano, intanto, segnali incoraggianti. Il Papa accoglie, «con soddisfazione e come segno di viva speranza, l’annuncio di una tregua immediata di due settimane» tra Stati Uniti, Israele ed Iran. «Esorto ad accompagnare questo tempo di delicato lavoro diplomatico con la preghiera, auspicando che la disponibilità al dialogo possa divenire lo strumento per risolvere le altre situazioni di conflitto nel mondo», pertanto «rinnovo a tutti l’invito a unirsi a me nella Veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di San Pietro sabato 11 aprile».