Mercoledì 14 gennaio 2026. Il cuore della costituzione Dei Verbum è che nell’Incarnazione il Signore ha voluto entrare in relazione con l’uomo in una maniera fino ad allora inedita
di Michele Brambilla
Con l’udienza del 14 gennaio «iniziamo ad approfondire la Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina Rivelazione», dice Papa Leone XIV, che usa come chiave di lettura il versetto evangelico: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15).
La prospettiva è quindi Dio che si incarna ed entra, così, in una relazione totalmente nuova con l’umanità. Infatti «Gesù Cristo trasforma radicalmente il rapporto dell’uomo con Dio, d’ora innanzi sarà una relazione di amicizia. Perciò, l’unica condizione della nuova alleanza è l’amore», che è un altro nome per definire la grazia. Il Papa cita in proposito sant’Agostino (Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia 86), ma anche un antico motto latino: «“Amicitia aut pares invenit, aut facit”, “l’amicizia o nasce tra pari, o rende tali”. Noi non siamo uguali a Dio, ma Dio stesso ci rende simili a Lui nel suo Figlio». Quando noi corrispondiamo all’amore di Dio, siamo quindi in stato di grazia.
Nell’Antico Testamento l’Alleanza tra Dio e l’uomo era stipulata ancora in forma asimmetrica, ma con l’Incarnazione essa «si apre al suo fine ultimo: in Gesù, Dio ci rende figli e ci chiama a diventare simili a Lui nella nostra pur fragile umanità. La nostra somiglianza con Dio, allora, non si raggiunge attraverso la trasgressione e il peccato, come suggerisce il serpente a Eva (cfr Gen 3,5), ma nella relazione con il Figlio fattosi uomo». La Dei Verbum lo afferma in maniera esplicita: «Con questa Rivelazione, infatti, Dio invisibile (cfr Col 1,15; 1Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (n. 2).
La Costituzione dogmatica in oggetto ci ricorda quindi che «Dio ci parla» e la sua parola «possiede una dimensione rivelativa che crea una relazione con l’altro. Così, parlando a noi, Dio ci rivela sé stesso come Alleato che ci invita all’amicizia con Lui». Importante, allora, la dimensione dell’ascolto all’interno di una relazione vera, dialogica, con il Signore, in cui «siamo chiamati a parlare con Dio, non per comunicargli ciò che Egli già conosce, ma per rivelare noi a noi stessi. Di qui la necessità della preghiera, nella quale siamo chiamati a vivere e a coltivare l’amicizia con il Signore. Questo si realizza in primo luogo nella preghiera liturgica e comunitaria, dove non siamo noi a decidere cosa ascoltare della Parola di Dio, ma è Lui stesso a parlarci per mezzo della Chiesa», aggiunge il Pontefice, combattendo così un atteggiamento larvatamente protestantico diffusosi in molti settori del mondo cattolico.
«La nostra esperienza ci dice che le amicizie possono finire per un qualche gesto eclatante di rottura, oppure per una serie di disattenzioni quotidiane, che sfaldano il rapporto fino a perderlo. Se Gesù ci chiama ad essere amici, cerchiamo di non lasciare inascoltato questo appello. Accogliamolo, prendiamoci cura di questa relazione e scopriremo che proprio l’amicizia con Dio è la nostra salvezza»: la nostra è una religione fatta di relazioni concrete. Non si può separare la Rivelazione dalla Chiesa, la Scrittura dal Magistero. Il ricordo del Battesimo, primo sacramento della vita cristiana ed ingresso ufficiale nella Chiesa, «costituisca per ciascuno uno stimolo a testimoniare sempre la gioia dell’adesione a Cristo, Figlio prediletto del Padre e nostro Fratello che illumina il cammino della vita».