Fondati sull’Incarnazione

Domenica 4 gennaio 2026. Il fatto che Dio si sia fatto uomo è all’origine del principio di solidarietà tra tutti gli esseri umani

di Michele Brambilla

«Dopodomani, con la chiusura della Porta Santa della Basilica di San Pietro, concluderemo il Giubileo della speranza», spiega Papa Leone XIV nell’Angelus del 4 gennaio, «e proprio il Mistero del Natale, in cui siamo immersi, ci ricorda che il fondamento della nostra speranza è l’incarnazione di Dio», il cui annuncio, dal Prologo del Vangelo di Giovanni, è ripetuto nella liturgia del giorno (Gv 1,1-18). «La speranza cristiana, infatti, non si basa su previsioni ottimistiche o calcoli umani, ma sulla scelta di Dio di condividere il nostro cammino, affinché non siamo mai soli nella traversata della vita. Questa è l’opera di Dio: in Gesù si è fatto uno di noi, ha scelto di stare con noi, ha voluto essere per sempre il Dio-con-noi», scandisce ancora una volta il Pontefice. 

L’Incarnazione «ci consegna un duplice impegno, uno verso Dio e l’altro verso l’uomo». Se Dio non è un concetto astratto ma una Persona incontrabile, «dobbiamo sempre verificare la nostra spiritualità e le forme in cui esprimiamo la fede, perché siano davvero incarnate, capaci cioè di pensare, pregare e annunciare il Dio che ci viene incontro in Gesù: non un Dio distante che abita un cielo perfetto sopra di noi, ma un Dio vicino che abita la nostra fragile terra, si fa presente nel volto dei fratelli, si rivela nelle situazioni di ogni giorno». Una spiritualità di questo genere indirizza spontaneamente i nostri occhi verso i nostri fratelli uomini. «Se Dio è diventato uno di noi, ogni creatura umana è un suo riflesso, porta in sé la sua immagine, custodisce una scintilla della sua luce; e questo ci chiama a riconoscere in ogni persona la sua dignità inviolabile e a esercitarci nell’amore vicendevole gli uni verso gli altri»: un impegno che diventa inevitabilmente “politico” nel senso più alto, «perché la solidarietà diventi il criterio delle relazioni umane, per la giustizia e per la pace, per la cura dei più fragili e la difesa dei deboli», punto, quest’ultimo, che imprime un carattere attivo, diciamo pure militante (la difesa del bene richiede una contrapposizione decisa al male), all’azione dei cattolici nel mondo. 

Il Papa interviene nelle cose di questo mondo proprio perché testimone di Cristo, vero Dio e vero uomo. Rinnova allora il suo cordoglio, già espresso con un messaggio al vescovo di Sion, per l’immane tragedia di Crans-Montana (Svizzera), avvenuta a Capodanno (l’uso maldestro di alcuni artifici pirotecnici ha incendiato rovinosamente un locale pieno di giovani), e si sofferma a lungo sugli sviluppi più recenti della situazione venezuelana. Il 3 gennaio la dittatura chavista del Venezuela è stata infatti decapitata da una fulminante operazione militare americana. Per il Santo Padre ora «il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica», aggravatasi negli ultimi anni del detronizzato regime narco-comunista di Nicolas Maduro, ora prigioniero, assieme alla moglie, degli Stati Uniti. La ricostruzione morale e civile di una nazione può giungere a buon fine solo con uno sguardo teologale, «per questo prego e vi invito a pregare, affidando la nostra preghiera all’intercessione della Madonna di Coromoto e dei Santi José Gregorio Hernández e Suor Carmen Rendiles», patroni del popolo venezuelano. 

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