Comprendere il nostro tempo

Mercoledì 2 settembre 2026. Inizia il commento della Gaudium et Spes, che aveva come scopo insegnare ai cattolici a discernere i segni dei tempi alla luce di Cristo, cosa che fin da subito fu fraintesa e ancora oggi è lontana dall’essere realmente compresa

di Michele Brambilla  

Papa Leone XIV, nell’iniziare a commentare la costituzione Gaudium et Spes, nell’udienza del 2 settembre, cita san Giovanni XXIII (1958-63), che «già nel Discorso inaugurale dell’11 ottobre 1962, aveva inteso dissentire dai “profeti di sventura” che, “sebbene accesi di zelo per la religione […] vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia” (Discorso Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962, 4.2)», che conosce momenti difficili, ma anche inaspettate rinascite. Questo è un punto fondamentale, se si vuole rimanete obbiettivi nel trattare «il rapporto della Chiesa col mondo contemporaneo», scopo dichiarato della Gaudium et Spes. Papa Giovanni proseguiva dicendo che «nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» (Gaudet Mater Ecclesia, 4.4).

Il riferimento alle avversità permette di superare i giudizi che hanno accusato la costituzione conciliare di facile irenismo: san Giovanni XXIII convocò il Concilio Vaticano II proprio perché si rendeva conto delle necessità della Chiesa del suo tempo, bisognosa di avviare in fretta una nuova evangelizzazione, e «la promulgazione di Gaudium et spes riconosceva in tale discernimento un elemento essenziale della natura della Chiesa, descrivendo come costitutiva la sua indole pastorale: da qui la definizione di “Costituzione pastorale”» data al documento. Leone XIV rimarca che «non si tratta di ingenuo ottimismo, ma di una rinnovata fedeltà al Mistero di Cristo che, incarnandosi, sceglie di condividere la nostra vita: Egli si è reso “in tutto simile ai fratelli” (Eb 2,17; cfr 4,15) e si è caricato delle conseguenze del peccato, morendo “in riscatto per tutti” (1Tm 2,6). Tale condivisione con l’umanità è la via che il Cristo chiede alla Chiesa; perciò, la Costituzione conciliare Gaudium et spes si apre dichiarando che la Chiesa sente come proprie “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono” (GS 1)», che sono illuminate dalla Passione e dalla Risurrezione di Gesù.

«È una condivisione che ci chiama a uscire da ogni passività e indifferenza dinanzi agli avvenimenti che accadono, alla storia e alla vita delle persone, soprattutto dinanzi al cambiamento rapido e profondo che oggi sperimentiamo»: la Chiesa non deve quindi arrendersi di fronte al sormontare di modelli di società contrari al Vangelo, ma casomai far sentire alta la sua voce, che è la voce di Cristo, ed agire concretamente per risolvere ciò che non va bene alla luce della dottrina sociale cattolica. All’epoca lo sprone del concilio fu interpretato male (qualcuno ricorderà i preti che divennero guerriglieri o i laici che confluirono nei movimenti rivoluzionari), ma è vero che «i credenti sono chiamati a farsi carico delle difficoltà dei fratelli, soprattutto di coloro che sono schiacciati dall’ingiustizia, dalla discriminazione, dalla violenza. Infatti, solo nella condivisione e nell’impegno è possibile arrivare a risposte adeguate, sempre sorretti dalla certezza che “le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi” (Rm 8,18)». La citazione di Rm 8,18 ha una funzione appositamente anti-utopica: ci ricorda che, comunque, la perfezione non è di questo mondo e non basta rovesciare il sistema politico vigente per ottenere automaticamente la giustizia, se non si ha fede in Colui che ha davvero fatto nuove tutte le cose. 

In questo senso esiste il «dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (GS 4): gli errori negli anni Sessanta sono cominciati quando si sono adottati criteri ermeneutici che non erano quelli autenticamente evangelici. «Questa Costituzione conciliare ha dunque richiamato la Chiesa a un permanente impegno di conversione, per testimoniare che» quando il mondo ecclesiale parla ai contemporanei, esso lo fa senza «nessuna ambizione terrena», mirando, invece, a «continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito» (GS 3).

Era questo lo scopo anche dell’Evangelii gaudium di Papa Francesco: il successore, Leone XIV, ribadisce che «la condivisione cristiana impegna a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo: ad esempio, un progresso scientifico e tecnologico, che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni e che non sempre l’essere umano riesce a porre “a suo servizio”». Le contraddizioni del mondo contemporaneo contemplano anche «una conoscenza più chiara delle “leggi della vita sociale”, accompagnata però da incertezze “sulla direzione da imprimervi”; o ancora, una maggiore disponibilità di “ricchezze, possibilità e potenza economica”, che purtroppo però, oggi come al tempo del Concilio, lascia “una grande parte degli abitanti del globo […] ancora tormentata dalla fame e dalla miseria” (GS 4); oppure, una consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta e nel contempo l’incapacità a rinunciare al consumo egoistico e all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace», elenca il Pontefice. 

Per rispondere a tutto questo la Chiesa continua ad indicare «nel Cristo “la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana” (GS 10)». Lo fa da sempre, con accenti diversi a seconda dell’epoca storica: il Papa sottolinea questa continuità rammentando che «domani celebreremo la memoria del Papa San Gregorio Magno, il cui corpo riposa nella Basilica di San Pietro. Egli è detto “il grande” per la sua eccezionale attività di pastore in tempi assai difficili per la società e la Chiesa: una “grandezza” che attingeva forza e vigore dalla fede viva nel Cristo. Il suo esempio susciti in ciascuno di voi una rinnovata e intensa fiducia in Dio, fonte di grazia e di speranza per il mondo intero».

Comments are closed.