In chiesa solo canti veramente sacri

Mercoledì 19 agosto 2026. Anche Leone XIV ripete quella che era la vera volontà del Concilio Vaticano II sulla musica sacra. Essa sarà ignorata di nuovo?

di Michele Brambilla

L’udienza del 19 agosto, che torna a tenersi in Vaticano, è dedicata da Leone XIV alla trattazione di uno degli argomenti che sono stati più dibattuti non solo dopo il Concilio Vaticano II, ma anche nei secoli precedenti: la musica sacra. Cosa può essere definita realmente tale?

La Sacrosanctum Concilium dà come risposta alcuni parametri molto precisi: «La musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia dando alla preghiera un’espressione più soave e favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri» (Sacrosanctum Concilium, n.112). Come spiega il Papa, «troviamo qui il nucleo dell’insegnamento conciliare, che conferma e approfondisce la funzione ministeriale della musica nella liturgia, già messa in luce», e non è una citazione da poco, «da San Pio X nel Motu Proprio Inter sollicitudines (22 novembre 1903)», che inaugurò la cosiddetta “riforma ceciliana”, dal nome dell’Accademia di S. Cecilia, a cui fu dato il compito di restaurare l’autentico canto sacro nella Chiesa dopo gli abusi operistici dell’Ottocento. 

Il Concilio Vaticano II si muoveva, quindi, in perfetta continuità con san Pio X, perché «la musica, infatti, è parte dell’azione liturgica e non mera decorazione della celebrazione. Nella liturgia, cantare e suonare significa pregare, sintonizzando il proprio cuore con quello delle sorelle e dei fratelli e con Dio, nella partecipazione attiva al mistero celebrato. In particolare la musica esprime la dimensione affettiva della preghiera, come afferma Sant’Agostino: “Cantare amantis est”, cioè “cantare è proprio di chi ama” (Sermo 336, 1)». Il nostro modo di cantare a Messa e nelle altre celebrazioni liturgiche dice molto, quindi, dell’amore che portiamo al Signore e del modo in cui teniamo in considerazione la Sua sovranità.

In secondo luogo, «favorisce la comunione. Attraverso la sinfonia delle voci contribuisce all’unione degli animi, superando le differenze tra le persone e riunendo tutti nella lode a Dio. Diventa così epifania della Chiesa» nel suo essere una, santa e cattolica, cosa che trascende la singola comunità e pure la singola assemblea liturgica. 

«Dalla profonda valenza teologica del canto sacro, come parte integrante dell’azione liturgica, derivano», ribadisce il Santo Padre, «alcune esigenze». «Una prima è che, al di là delle mode o delle particolari sensibilità degli autori, esso deve rispondere a tutti i livelli a ciò che è più appropriato per il momento celebrativo»: giusto adattarsi, quindi, all’uditorio, ma senza banalizzare o, peggio, svilire la sacralità della funzione, dato che l’aspetto melodico «dev’essere al tempo stesso nobile e semplice, di alta qualità musicale e facilmente eseguibile, soprattutto quando è destinata ad essere cantata da tutta l’assemblea (cfr SC, 121)». La vivacità non può diventare l’unico criterio per la scelta dei canti liturgici, dato che lo stesso Concilio Vaticano II richiede che «i testi siano adeguati, profondi e nel contempo agevolmente comprensibili, ispirati principalmente alla Sacra Scrittura, ai libri liturgici e alla Tradizione spirituale della Chiesa. Su questo occorre vigilare, perché si mantenga viva e cresca la dinamica espressa nell’antico principio “lex orandi lex credendi”, cioè la legge della preghiera è anche legge della fede».

La famosa actuosa partecipatio «“deve essere compresa […] a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l’esistenza quotidiana” (Benedetto XVI, Esort. ap. Sacramentum caritatis, 52) in uno “spirito di costante conversione che deve caratterizzare la vita di tutti i fedeli” (ibid. 55). Quanto poi al modo concreto con cui essa si può realizzare attraverso lo specifico ruolo della musica sacra, la Costituzione offre una risposta chiara: “Si curino le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti” e “un sacro silenzio” (SC, 30), ed esorta ciascuno, ministro o fedele, a compiere “tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza” (SC, 28), nell’armonico equilibrio tra i diversi ministeri, i vari interventi e i momenti di silenzio».

Per ottenere ciò è necessario ribadire che «il Concilio attribuisce poi grande valore al canto gregoriano, pur non escludendo dalla celebrazione altri generi di musica sacra. Un’attenzione particolare è rivolta anche all’organo (cfr SC, 120), mentre l’impiego di altri strumenti è ammesso “purché siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli” (SC, 120)». Manca oggi una vera educazione alla vera musica sacra, mettendo a repentaglio anche ciò che si tramanda del repertorio davvero tradizionale delle singole comunità, che può amalgamarsi con eventuali nuove forme, ma senza che queste, uscendo dai binari del lecito, diventino l’unica forma di espressione musicale. Proprio per questo il Papa richiama il tema, assai caro al Concilio Vaticano II, «dell’inculturazione, anche nel campo della musica sacra. Si sottolinea, in particolare, in relazione alle tradizioni musicali delle diverse culture, l’importanza di tenerle in seria considerazione, come parte della vita religiosa e sociale delle persone. Si raccomanda perciò, da una parte, di implementare in tutti un’adeguata “educazione del senso religioso” (SC119) e, dall’altra, “per quanto è possibile […], di promuovere la musica tradizionale di quei popoli, tanto nelle scuole, quanto nelle azioni sacre”».

Le scholae cantorum e i loro direttori hanno, quindi, un compito assai importante e delicato. «A tal fine, il compositore di musica sacra è chiamato a conoscere e custodire il patrimonio musicale della Chiesa, lasciandosi ispirare da esso per dare vita a nuove composizioni al servizio della liturgia, nel rispetto della sensibilità contemporanea e delle diverse tradizioni culturali, così da “purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra, per assicurare dignità e bontà di forme alla musica liturgica” (S. Giovanni Paolo II, Chirografo sulla musica sacra, 22 novembre 2003, 3)»: fortunatamente nella Chiesa non mancano talenti di questo tipo, ma le loro produzioni raramente sono accolte nelle celebrazioni ordinarie e sono spesso confinate nell’ambito concertistico. Leone XIV insiste sulla necessità della formazione degli “addetti ai lavori” e degli stessi fedeli all’autentico spirito liturgico. Come si può vedere, sono cose ripetute da tempo: saranno finalmente messe in pratica?

Nel frattempo, rivolgendosi in particolare ai pellegrini polacchi, il Papa cita un patrono quasi sconosciuto dell’applicazione del Concilio Vaticano II: «Władysław Findysz, sacerdote e primo polacco beatificato come martire delle persecuzioni comuniste», la cui memoria liturgica cade il 23 agosto, che anche grazie alla sua testimonianza è la «Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo». Cosa c’entra padre Findysz (1907-64) con il concilio? «Durante il Concilio Vaticano II egli ne sosteneva spiritualmente i lavori, coinvolgendo i fedeli nell’“Opera conciliare di bontà” con atti di carità e di rinnovamento morale. La sua testimonianza ci ricordi che la civiltà dell’amore si costruisce perdonando e vincendo il male con il bene», esplicita il Pontefice stesso. Vincere il male con il bene: un’ottima ricetta per arginare anche gli abusi liturgici senza scadere nella polemica. 

Comments are closed.