Giovedì, 7 maggio 2026

Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (Gv 15,9-11).


Il Salvatore, dopo aver parlato ai suoi discepoli delle condizioni per la comunicazione e la circolazione della sua vita in loro, procede dicendo che in tal modo avviene in essi la comunicazione e la circolazione dell’amore divino. Questo amore è il dono di sé stessi che il Padre e il Figlio si fanno reciprocamente nello Spirito. L’amore nello Spirito, ossia il dono che il Padre fa di sé stesso al Figlio, il Figlio lo vive in piena comunione con suo Padre anche nella natura umana osservando i suoi comandamenti. L’ubbidienza dell’amore, vissuta dal Figlio nell’osservanza dei comandamenti, è il modello e la condizione perché anche i discepoli di Gesù vivano nell’amore e nella gioia in pienezza. Alla scuola di Gesù apprendiamo l’amore, l’ubbidienza e la gioia come sostanza e segni dell’umanesimo cristiano. Questo non si riduce ad una semplice teoria, più o meno innocua nella deriva della secolarizzazione, ma intende essere una esperienza di vita alternativa e felicemente libera e liberante dall’irrilevanza, di noi cristiani nella cultura attuale, perché totalmente centrata in Dio che è tutto per la nostra vita.  Stiamo perciò diventando sempre più consapevoli che la nostra vita cristiana non consiste in un semplice senso di bonarietà superficiale fatta sì di buoni sentimenti e affetti, ma senza la sostanza della vita nuova del dono dell’amore secondo la pratica dei Comandamenti nella vita personale familiare e sociale. Quest’ultima pretesa segna infatti una qual certa decadenza che atrofizza le relazioni interpersonali e impedisce l’impegno e la speranza di edificare insieme la casa comune di un mondo migliore. Siamo perciò determinati a curare regolarmente la nostra pratica di vita cristiana secondo la cultura catechistico-sacramentale-morale e spirituale centrata totalmente in Dio e nella pratica della sua volontà. Solo così possiamo sentire la consolazione della presenza di Dio nella nostra vita. Mettendoci a servizio solo di Dio, nella pratica fedele, puntuale ed esclusiva della sua volontà, abbiamo la gioia promessa dal Salvatore Gesù. Come scriveva il certosino don Pollien riecheggiando S. Agostino, diciamo al Signore anche noi: “Tu sei la fonte della mia vita. Oh! Sì! Fame e sete del mio pellegrinaggio perché mi sazi nella mia vita presente. Ma sarò saziato quando si manifesterà la tua gloria” (Cristianesimo vissuto, II Parte, X). A questa ricchezza propria e unica della fede che conduce all’amore di Dio, ci sentiamo avviati oggi, con linguaggio attuale, dal Magistero di Papa Leone XIV: “Cristo non appare come una via d’uscita fideistica di fronte alla fatica intellettuale, come se la fede iniziasse dove la ragione si ferma. Al contrario: in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà. La verità si offre come una realtà che precede l’uomo, lo interpella e lo chiama a uscire da sé stesso, e per questo può essere ricercata con fiducia. La fede, lungi dal chiudere questa ricerca, la purifica dall’autosufficienza e la apre a una pienezza verso la quale la ragione tende, anche se non può abbracciarla completamente” (Discorso….al Campus Universitario…(Malabo), Guinea Equatoriale, 21 Aprile 2026).

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