In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!». Diceva loro: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha». (Mc 4,21-25)
Com’è tipico di Marco (e di Luca), l’evangelista mette insieme detti pronunciati dal Signore in diversi momenti e contesti. Il brano odierno ce ne presenta tre: la posizione della lampada, l’importanza dell’ascolto, la generosità della misura con la quale pronunziare i giudizi. Attraverso la metafora, Nostro Signore ci chiede di non nasconderci e di ritirarci dalla “battaglia” contro il male e di diffondere la luce della grazia e della vocazione ricevuta attraverso l’orazione, l’offerta dei patimenti, la testimonianza coerente della vita cristiana, le opere di apostolato confacenti con il nostro stato di vita. Ritirarsi nella propria “comfort zone” mentre satana opera 24 h su 24 h è un grave peccato di accidia. Il secondo monito di Nostro Signore riguarda la prudenza necessaria con la quale vagliare ciò che facciamo entrare nell’anima, operando le nostre scelte sulle letture e le conversazioni perché edifichino l’intelligenza e plasmino i pensieri di bontà e li ammantino di verità. Ne consegue una rinuncia indispensabile agli insegnamenti dei “cattivi maestri”, soprattutto quelli che imperversano sui social e sui media, se non per conoscere il veleno che inoculano al fine di una sana apologetica. Anche ciò che è banale e superfluo va bandito: non abbiamo tempo per tutto. Infine, il Signore suggerisce di coltivare la longanimità, quell’atteggiamento che ci porta a mettere in pratica quanto sintetizzato dall’Apostolo a conclusione del celebre “Inno alla carità”: «Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,7). Chi pratica la carità verso i fratelli, in un certo senso, “obbliga” il cuore di Dio a moltiplicare la carità verso di lui, l’indulgenza e il perdono. E ne abbiamo sempre tanto bisogno. Nel cuore del testo del Vangelo, appare il richiamo del Signore, espresso tipicamente con il modo di esprimersi delle lingue semitiche e conservato nelle nostre traduzioni: “Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!”. Origene, il grande esegeta del III secolo, osservava che, evidentemente, il Signore non si riferiva agli orecchi fisici, di cui tutti dispongono, ma di quelli interiori, quelli dell’anima che può assumere un atteggiamento di “sordità” dinanzi alle parole del Logos incarnato o di grande apertura. Com’è bello disporsi ad ascoltare ciò che il Signore ci comunica! I suoi comandamenti danno gioia.