In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Se voi, infatti, perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe». (Mt 6,7-15)
L’orazione del Signore: uno dei testi sacri più importanti di tutta la letteratura universale. Sant’Agostino dichiara che il cristiano può pregare usando anche parole diverse dal Padre Nostro (e infatti immenso è il patrimonio eucologico della Chiesa), ma mai secondo una ratio diversa da quella di quest’orazione. Ecco perché la catechesi sulla preghiera cristiana si svolge preferibilmente commentando il “Padre Nostro”, come nella quarta parte del Catechismo della Chiesa Cattolica, dedicato alla preghiera. Sono sette domande, dunque, secondo la simbologia biblica, la totalità di ciò che va chiesto a Dio. Anzitutto, con le prime tre domande, si chiede che Dio sia riconosciuto come tale dai credenti, senza barattarlo o contraffarlo con altri idoli. Le altre quattro domande riguardano invece la vita concreta degli uomini: le necessità materiali e spirituali, il perdono, la vittoria nella tentazione, la liberazione dagli influssi nefasti del maligno. Recitando il Padre Nostro, rimettiamo le cose a posto: prima Dio e poi noi. L’antropologia, infatti, è corretta se è preceduta dalla teologia. Non è forse questo uno dei capisaldi della dottrina controrivoluzionaria? San Cipriano, uno dei primi Padri della Chiesa di cui ci sia giunto il commento al Padre Nostro, dichiara che la prima parola “Padre” dà il tono a tutto il resto dell’orazione: ci fa sentire lietamente figli. La teologia paolina aggiunge: figli nel Figlio per eccellenza, sicché le nostre umili parole, a volte pronunziate distrattamente o velocemente, sono una partecipazione all’eterno dialogo d’amore intratrinitario: che meraviglia! Sono anche una responsabilità, incalza san Cipriano: occorre vivere come figli degni della bontà del Padre. Insomma, se preghiamo bene, vivremo meglio. Un’ineludibile osservazione riguarda la penultima domanda che la traduzione italiana proposta recentemente lascia tanta perplessità. Il testo originale del Vangelo è inequivocabile, perché può essere tradotto solo come la Chiesa ha inteso sempre: non portarci – ossia non indurci – in tentazione. A noi il compito di comprendere questa espressione che, essendo stata pronunziata da Nostro Signore, nessuno potrà mai avere l’autorità di cambiare. Torniamo dunque a quello che Gesù ha detto: “Non indurci in tentazione”. E le tentazioni sono tante, ma la nostra carne è debole.