Gesù, appena prima di queste affermazioni, aveva chiesto ai discepoli: “Voi chi dite che io sia?”. La risposta esatta la diede Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”(Lc 9, 20). Non pensava, il primo degli apostoli, che pronunciarsi per Gesù significava coinvolgersi nella sua stessa avventura, secondo una prospettiva non molto allettante: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto… venire ucciso”. Con la preghiera sovente ci si disimpegna, pensando di aver saldato il conto con il Padre eterno, e con questo calarsi nelle proprie faccende quotidiane, esterne a Dio. Pregare significa non voltarsi più indietro verso i propri scopi. Con la preghiera si chiude l’orizzonte solamente umano e si apre la Sua strada, dove il primato è la via regale della croce. Pietro immaginava ancora che un grande pronunciamento a favore di Gesù dilatasse la sua gloria sociale-economica, tutta umana. Invece, non è consentito nessun sogno di grandezza, non si diventa importanti agli occhi di quelli che contano. Si attira anche disprezzo e derisione. Non c’è nessuna possibile opzione: prima Lo seguo; poi, forse, posso accogliere una croce bella ed estetica, da porre sopra un mobile. Senza croce sulle spalle non è possibile muovere alcun passo dietro a Lui. La croce è già predisposta per la nostra vita. Non va inventata ma accolta, nei fastidi, nelle tribolazioni, nelle incomprensioni, negli impegni gravosi quotidiani. L’unico orizzonte che la rende dolce e soave è il Regno di Dio e la pace di Cristo, che supera ogni passeggera consolazione, legata al prestigio, agli affari, agli onori umani. Non si tratta di inventare, o cercare secondo le proprie preferenze. Quanto di amare, attraverso la croce. E’ l’opposto della rassegnazione ad un presente colmo di compromessi col peccato. Prima conformiamo i nostri cuori al Vangelo, per poi proporre Gesù Cristo nella nostra vita sociale, nella nostra terra e nel mondo intero.
Opus Mariae Matris Ecclesiae