Domenica, 4 gennaio 2025

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
“Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me”.
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato
(Gv 1,1-5. 9-14).


La ripetuta presentazione del Prologo nelle celebrazioni liturgiche del tempo di Natale in corso e la sua sintesi orante in preghiere popolari ispirate esplicitamente al “Verbo”, sono lì a mostrare l’inesauribile profondità e ampiezza della rivelazione del mistero di Cristo secondo la narrazione divinamente ispirata dell’evangelista Giovanni. Da questo Vangelo risalta, immediatamente e innanzitutto, la commovente bellezza della solennità della notte e del giorno della Natività del Signore, allorché il Verbo eterno del Padre venne ad abitare in mezzo a noi. Questo evento è unico e determinante e ci dona certezza di Dio e della nostra consistenza di esseri umani sostanzialmente partecipi della natura divina. Infatti, ora che li Verbo si è fatto carne, come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, possiamo recuperare la dignità di figli di Dio, perduta a causa dell’irresponsabile alienazione della disubbidienza del peccato che, pur allontanandoci drammaticamente dalla sorgente vitale del Padre, non ha potuto però eliminare la profonda nostalgia del bene perduto. Nessun inganno e nessuna promessa o illusione del mondo possono colmare la nostra nostalgia dell’amore di Dio. Ecco il motivo per cui ogni anno tutto il mondo, in questo tempo e in qualche modo, non può fare a meno di sentire la soavità e la poesia della bontà, mentre provvidenzialmente la Chiesa rammenta a tutti la nascita del Salvatore secondo l’annuncio dell’angelo ai pastori di Betlemme e fa sentire il canto della moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva “gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”.
Se poi ogni uomo e ogni donna, amati dal Signore, diventano di buona volontà e credono in Dio che si fa uomo per dare a tutti la piena umanità che avevano perduto, la gioia per la bontà di Dio continua e cresce in ciascuno di loro. Ma per questo occorre, tra l’altro, che noi cristiani, ben istruiti dal Catechismo della Chiesa Cattolica, spieghiamo al nostro prossimo con lo stile missionario ecclesiale, nell’ambito delle nostre relazioni vocazionali, che il Verbo si è fatto carne per salvarci riconciliandoci con Dio; perché noi così conoscessimo l’amore di Dio; per essere nostro modello di santità; perché diventassimo “partecipi della natura divina (2Pt 1,4)” (Ibid. 465-460). 

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