In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio – e la Scrittura non può essere annullata –, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di –catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani. Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui. (Gv 10,31-42)
Robert Hugh Benson, autore del celeberrimo “Il padrone del mondo”, long seller noto a tutti i controrivoluzionari, scrisse anche un delizioso libretto: “L’amicizia di Cristo”. In esso c’è una riflessione convincente. I Giudei che condannarono Nostro Signore sono colpevoli non di “deicidio”, come si dichiarava un tempo. Infatti, per ignoranza invincibile non avevano compreso che Gesù Cristo fosse Dio. Sono colpevoli per un altro motivo: perché condannarono un Innocente, nonostante avessero viste le sue opere che, nella controversia riportata nell’odierno Vangelo, il Signore ricorda per mostrare l’evidenza della sua bontà e della sua intimità con il Padre. E le opere erano sotto gli occhi di tutti, al punto che i suoi avversari non ne negavano la realtà ma le intenzioni: i miracoli, alcuni strepitosi, come la risurrezione di Lazzaro, la pietà dei suoi atti di culto nel Tempio, la bellezza sublime dei suoi insegnamenti e l’incanto delle sue parabole, l’autorità che emanava dalla sua Persona, la dolcezza e la forza dei suoi gesti, ora di perdono, ora di convocazione dei discepoli. Queste opere, se ammirate con purezza di cuore, non possono che essere considerate segno della sua Filiazione divina, che egli rivendica nella controversia. Chi muore sulla Croce, come di qui a pochi giorni contempleremo, è il Figlio di Dio! Non può passare senza adeguata attenzione anche un altro punto della controversia: Nostro Signore dichiara che la grazia è donata a tal punto che l’uomo è “divinizzato”. La divinizzazione è stata il sogno inseguito dal mito greco che si conclude, però, in tragedia perché perseguita con arrogante confidenza nelle forze dell’uomo. E anche la parabola della modernità si è chiusa con il fallimento della divinizzazione predicata dalle ideologie. Per i Padri della Chiesa, al contrario, la divinizzazione è possibile e spesso ne parlano con grato stupore: essa è partecipazione, per dono ricevuto, della vita divina. Dalla Croce di Cristo sgorgano i Sacramenti, fonte della grazia che ci rende, nella carità, simili a Lui.