Sabato, 7 novembre 2026

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce». (Lc 16,1-8)


Uno dei banchi di prova della qualità della vita cristiana di un’anima è il rapporto con la ricchezza che, nella sua predicazione, Gesù non condanna in quanto tale ma in quanto può facilmente portare all’avida ricerca di essa, a una sorta di sua idolatria e, naturalmente, alla creazione di disuguaglianze intollerabili. Sant’Ambrogio di Milano ha apostrofato con parole energiche i ricchi ossessionati dall’accaparamento dei beni materiali, quasi affetti da un desiderio patologico. Ecco un celebre passo del suo De Nabuthe, dove ricorda che la “natura” ha reso gli uomini partecipi di una stessa natura che esige la giustizia sociale e, come insegna la dottrina sociale della Chiesa, la destinazione sociale dell’inalienabile diritto alla proprietà privata: «2.Fin dove spingete, o ricchi, le vostre insane brame? Perché cacciate chi è compartecipe della vostra stessa natura e rivendicate per voi il possesso del mondo? La terra è stata creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri: perché, o ricchi, vi arrogate il diritto di proprietà del suolo? La natura, che genera tutti ugualmente poveri, non conosce i ricchi. Non nasciamo con i vestiti, non veniamo generati con oro e argento. La terra ci dà alla luce nudi, bisognosi di cibo, di vesti e di bevande, ci accoglie nudi come ci ha generato, e non è in grado di racchiudere dentro un sepolcro i confini dei nostri possedimenti. Un piccolissimo pezzo di terra è più che sufficiente nello stesso modo al povero e al ricco; e quella terra che, mentre ero vivo, non potè contenere la cupidigia del ricco, ora lo contiene tutto. La natura, dunque, ignora le distinzioni quando nasciamo e quando moriamo: ci crea tutti uguali e tutti ugualmente ci raccoglie nel grembo del sepolcro. Chi potrebbe distinguere la condizione sociale dei morti? Rimuovi la terra e riconosci il ricco, se puoi. Scopri dopo un po’ di tempo la tomba e, se riesci a riconoscerlo, indica il povero; ma forse tu potresti riconoscerlo da questo solo indizio: che molte cose periscono con il ricco». Sì, molte cose periscono: rimane sola la carità in eterno! Non diamo eccessiva importanza alle prime, e pratichiamo costantemente la seconda erga Deum, erga proximum!

Comments are closed.