In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». ((Gv 6,37-40)
Quest’oggi la Chiesa compie una grande opera di misericordia: offre la Santa Messa per le anime del Purgatorio. Il testo del Vangelo anima la speranza cristiana, quella virtù teologale che, come recita l’antica preghiera, ha come oggetto “la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla”. Collocare questo brano nella liturgia esequiale significa annunciare che la morte è l’incontro con un abbraccio accogliente, non con una barriera respingente o il vuoto del nulla. Cristo si presenta come il rifugio definitivo dell’anima che si separa dal corpo. Ad una lettrice che confidava la sua paura per la morte che già presagiva vicina, il Venerabile don Giuseppe Quadrio, salesiano teologo che morì a soli 42 anni, rispose per iscritto: «La morte è aprire la porta di casa e dire: “Padre, eccomi qui”». Le parole del Signore sono inserite nel grande discorso sul “Pane di vita” che egli tenne nella sinagoga di Cafarnao dopo la moltiplicazione dei pani. L’Eucaristia, che riceviamo con fede, è “pegno di vita eterna”, come ha meravigliosamente sintetizzato Tommaso d’Aquino nella celebre antifona: O sacrum convivium, in quo Christus sumitur: recolitur memoria passionis eius: mens impletur gratia: et futurae gloriae nobis pignus datur. Inoltre, il Signore, attraverso queste parole, ci ricorda due verità della fede molto importanti: la Parusia, ossia il suo ritorno glorioso alla fine dei tempi, e la risurrezione della carne. Questo annuncio apparve scandaloso nei primi secoli del Cristianesimo quando si riteneva che la materia non avesse dignità e che solo l’anima fosse immortale. I Padri della Chiesa svilupparono così degli insegnamenti convincenti, come quello di Gregorio di Nissa che, sulla bocca di sua sorella Macrina oramai morente, mette questo ragionamento: quando un seme di grano viene gettato nella terra, esso marcisce, si dissolve e apparentemente scompare. Tuttavia, la sua forza vitale interna non muore: riorganizza la materia circostante per far germogliare una spiga, che è immensamente più bella del seme di partenza ma mantiene la stessa identica natura originaria. “Io credo: risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore!”. L’inumazione esprime meglio questo articolo della fede rispetto alla cremazione, consuetudine propria del paganesimo.